tesi

La macchina fotografica non rende Fotografi

Essere o non essere [fotografi (di scena)]. E’ una vita che mi domando cosa rende un fotografo un “Fotografo”. Le reflex digitali sono oggi alla portata di tutti, dunque chiunque è in grado di sperimentare, riprendere, fotografare. Ma non tutti sono “Fotografi”. Non tutti hanno uno stile, se non quello dettato dal loro apparecchio fotografico.

Mi spiego meglio.

Su Flickr.com, il più grande portale di photo sharing al mondo, ne ho viste di ogni. Quanti fotografi mi hanno colpito? Due, forse tre. In lunghissime visite sul sito, nessuno riusciva a darmi quell’incredibile gioia che chiamiamo amore per l’Arte. Nessuno mi ha mai molto colpito per il suo stile e la sua idea di fotografia.

E’ l’idea che sta alla base di tutto, non il soggetto (vedi: “I tre livelli di pertinenza della fotografia“).

Il fotografo, per ritenersi tale, deve concedere alla propria opera un carico emotivo incredibile, straordinario, al fine di creare una nuova visione della realtà.

Altrimenti è giornalismo.

Vi sono innumerevoli bravi giornalisti, e pochissimi fotografi che si avvicinano all’Arte. E’ dunque palese come chi non sa dove vuole arrivare, pecca in partenza di egocentrismo. Certo, l’egocentrismo sta alla base, a parer mio, di ogni realizzazione artistica, ma bisogna inesorabilmente abbandonarlo per creare un mondo a parte, quello della Fotografia.

Mi ripeto, il fotogiornalismo serve, eccome, ma non è Arte. In effetti l’obiettivo primo e quello di raccontare la realtà così come si presenta. L’Arte fotografica deve tendere invece ad una manipolazione del reale che dà luce ad una nuova visione del mondo.

Come raggiungere questo status? Di certo non lo so. Bisogna fare molta esperienza, essere critici con sé stessi e rendere in immagini una propria visione dell’esistenza, che parte dalla nosta mente per realizzarsi attraverso l’apparecchio fotografico.

Ciò che rende veri Fotografi e la magia personale che si insinua nel diaframma che divide la mente dell’artista dalla realtà contingente.

Breve riflessione sull’importanza dell’avere uno scopo

Ognuno di noi dovrebbe avere una missione. Non cercandola al di fuori di sè, questo è certo: là fuori è un disastro, non esistono punti di riferimento di alcun tipo, la rivoluzione deve iniziare da dentro.

Una missione, dicevo. C’è chi passa una vita a cercare di comprenderne il senso, senza raccapezzarsi mai, vivendo di continue delusioni, morendo nel rimpianto di quello che sarebbe potuto essere, e non è stato.

L’inerzia è la vera morte dell’uomo.

L’inerzia porta alle più funeste conseguenze.

Vivere o sopravvivere? E’ questo il punto.

Molti di noi dedicano gran parte della propria esistenza alla ricerca perpetua del sostentamento materiale, per sè o per la propria famiglia. Dove lo troviamo il tempo, direte voi, per pensare anche al bene del mondo? La risposta è semplice: forse lo state già facendo.

State già camminando con in testa una missione, un obbiettivo, un valore: la famiglia, ed il suo sostentamento. Se state perseguendo questa missione con onestà, verità e buona fede, state già compiendo la vostra rivoluzione individuale e, sì, state cambiando il mondo. E’ necessario focalizzarsi su piccole mete, microscopiche sacche di valore, per migliorare l’esistenza propria e degli altri. Continua a leggere

Non lamentiamoci: se le cose vanno così, è solo colpa nostra

Premessa: non voglio assolutamente che questo articolo venga letto in chiave politica, razzista o classista. Non sono comunista, non sono fascista, non sono un verde e nemmeno un democristiano. Sono solo un ragazzo di ventotto anni che cerca di capire qualcosa della situazione italiana attuale, perchè semplicemente ha percepito che le cose non vanno poi così bene e vorrebbe indagarne le ragioni.

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Italiani, facciamoci un pò schifo. Su, dai, che ce lo meritiamo. Chi più chi meno, ma siamo tutti comparse dello stesso film.

Stiamo davanti ai nostri televisori piatti, al plasma o lcd, e guardiamo Novantesimo minuto e Buona domenica. A noi piace questo. Piace andare in Sardegna d’estate. Piace la nightlife ed il calcio. Piace la figa, la pasta, l’auto nuova,  la coca e cazzeggiare al lavoro.

Agli italiani basta poco.

Siamo un popolo che si accontenta. L’italiano cerca la tranquillità economica ed emozionale, la stabilità. Nel sangue non ha l’altruismo, il bene collettivo: all’italiano basta avere un piatto di minestra, il suo piatto di minestra, a fine giornata. Perchè si campa a tirare avanti. Da sempre. Continua a leggere

Sul ritorno ad un approccio antico nella sfera del tempo libero

Torneremo, e tutti, ad una passata e molto più sincera forma di intrattenimento ludico. La società moderna crea inutili ed innumerevoli forme di nuovi bisogni. A coadiuvare questo meccanismo si aggiunge la pubblicità, che induce a convincersi di un eventuale (e sovente futile) necessità di un dato prodotto o servizio.

Mi spiego meglio.

L’umanità ha vissuto migliaia di anni senza quelle forme di intrattenimento tipiche del nostro secolo, il novecento, le cui radici storiche e tecniche derivano dall’ultima rivoluzione industriale. In tutto questo meccanismo, il capitalismo dell’intrattenimento ha fallito. Certamente, una forma di capitalismo commerciale è sempre esistita sin dagli albori dell’intelligenza umana, è ovvio. E’ ovvio che da sempre esistono i commercianti, coloro che acquistano (o producono da sè) e rivendono. Ma il settore dell’intrattenimento del Novecento ha progressivamente messo in oscuro i suoi buoni propositi (mi permetto di pensare: “godete del vostro tempo libero in maniera migliore e più soddisfacente”). Continua a leggere

Il falò

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

“Stanotte, che sia, sarà una folle notte”, urlava Caterina di fronte a me, tra il falò ed il mare. Saltava e girava su se stessa sino a perdere l’equilibrio, avvolta da un pareo bianco latte e un costume rosso come il cuore. Eravamo una decina, in maggioranza tedeschi, amici del campeggio. La notte era nostra, come era nostra la chitarra ed il fumo. Le stelle brillavano forti e luccicanti in un blu profondo e senza fine. L’odore era quello dei falò sulla spiaggia, la vista annebbiata da vino rosso e biscotti Mulino Bianco a fare da tappo. Era la libertà. Ci sentivamo stranieri nella nostra nazione, parlando un inglese intercalato da espressioni dialettali bresciane. Continua a leggere

[18:25] Mezzi di trasporto

Era appena rincasato. Di quelle sere che volavano, tra qualche canna di erba e litrate di Martini bianco. Rigorosamente di frigo.

Tre cazzo di ore per un parcheggio. Cristo odiava la zona per questo.

L’avrebbe presa e sbattuta nel cesso, quel rottame.
Di certo non poteva mica andare in giro in bici, e del motorino neanche a parlarne.
Si, qualche idea su un motorello di classe l’aveva pur fatta, ma solo un’idea. Se poi doveva portare a zonzo una stella, come cazzo faceva? No zero, motorini. Roba da poco.
Chiude la porta, tre giri. Uno. Due. Tre. Abitudine. Quei cazzo di ladri-tossici-immigrati clandestini avrebbero dovuto suonare il campanello, per entrare.

Non come al cortile. Al cortile rubano le bici. Rubano le bici solo perché in cortile ci sono solo bici. E gatti randagi che ingurgitano pattume. Le bici sono vecchie e fosse per lui finirebbero tutte quante in un cesso. Tanto te la rubano. Sempre. A volte si svegliava dal rumore delle tenaglie idrauliche su quei cazzo di lucchetti di gommapiuma da vecchi. Lui la bici l’ha sempre tenuta in cantina. Chiamatelo pazzo. Continua a leggere

17 Giugno 2009: Laureato! (again)

Università degli Studi di Milano. 17 Giugno 2009. Dottore magistrale in Scienze dello Spettacolo e della Comunicazione Multimediale. 103/110

Tesi sulla fotografia di scena teatrale e dello spettacolo dal vivo.
Relatore: prof. Alberto Bentoglio.

Notte prima degli esami …

Mi sono svegliato presto, questa mattina. Mio padre è venuto a portarmi il completo, la camicia, la cravatta. Vorrei essere già lì, non alla fine: nel mentre. Sono le sei da due ore, e non riesco a dormire. Steso sul letto, tante parole mi disturbano il sonno.

Kantor -  Buscarino -  fotografia -  memoria – elementi extra diegetici – bob wilson.

Domani parlerò, ma vorrei declamare. Declamare anni di sacrifici, di rinunce, di tensione. Anni di soddisfazione, tanta.

Domani a quest’ora, chi lo sa come sarò.

Penso che piangerò, ma per la commozione di aver raggiunto un traguardo importante. Tutto qui. Dovrei pensare al lavoro, al mio futuro, ma non ce la faccio. Il tempo è come sospeso, ogni secondo ne conta cinque, Rifletto, ma non riesco a concentrarmi. Il discorso nemmeno l’ho ripetuto. Domani improvviso, perchè proprio non ce la faccio. Chiudo gli occhi, decido di uscire.
Un gelato melone e yogurt mi solleva, per un secondo. Fuori è afa ed il gelato inizia subito a gocciolare. Lo mangio di fretta, e ciò mi procura un leggero mal di testa. Nemmeno il tempo di buttare il fazzoletto che mi accendo una Philip Morris “gialla”. Per me sono le sigarette delle occasioni speciali. Da stamattina, la diciottesima.

Torno in casa e mio fratello è sempre lì, davanti al suo computer. Sto soffrendo il caldo e parecchio. Vorrei accendere il condizionatore, ma forse è troppo. La rasatura di stamattina un pò mi brucia. La barba la tengo. Vorrei poter capire quanto e cosa ho fatto. Mia zia al telefono: domattina non ci sarà. Non poteva chiedere la mezza giornata. Ci sarà domani sera. La gente mi parla ma io non li ascolto. Mi rendo conto di essere teso, il mio corpo trema in maniera leggera ma inesorabile.

Aggiorno Firefox in maniera compulsiva, ma nulla cambia su Facebook. Le tesi sono stampate, e ho già visto degli errori. Tra poco sono a cena, ma non ho fame. Forse per il gelato. Domani alle nove e un quarto ci sarò, perchè l’importante è esserci.

Ma da dopodomani inizia qualcosa di crudelmente nuovo che, a dire il vero, un pò mi fa paura.

Fotografare il teatro: la scelta del bianco e nero

Fino ad ora, ho parlato ampiamente della tecnica utilizzata e delle modalità di ripresa del fotografo durante l’atto dello spettacolo kantoriano. Quello che rimane ad un primo impatto con il corpus fotografico in oggetto è l’estremizzazione del bianco e del nero all’interno degli scatti. Sono tutti in bianco e nero, nemmeno uno a colori. Una decisione difficile per un fotografo di quel periodo, quella della pellicola. Infatti la scelta del colore o in alternativa del bianco e nero era precedente allo scatto, trattandosi di particolari rulli da montare nell’apparecchio. Una scelta stilistica, certo, ma non sempre facile. Sostengo la tesi che Buscarino abbia optato per pellicole esclusivamente in bianco e nero perché lo stesso teatro di Kantor è bianco e nero.

Il ricordo. Nel cinema la tecnica cromatica del bianco e nero, detta anche scala di grigi, nel film a colori indica il flashback, ossia il ritorno al passato, alla memoria. 

Viene dunque da pensare che, essendo il teatro di Kantor ricordo d’infanzia Continua a leggere

Sulla Fotografia

Saggio Breve di Emanuele Barboni

La fotografia è un’arte. Lo dicono un sacco di libri. Io penso di aver iniziato a fotografare per la paura di diventare grande. I miei tenevano libri enormi con migliaia di foto di viaggi in un cassetto. Quel cassetto è ancora là, e ogni tanto lo apro. In quelle foto era racchiuso il loro mondo così anni settanta, fatto di occhiali bizzarri, frange e lusso al club Mediterranee. Penso di aver fatto la prima foto vera intorno ai dodici anni. Non è stato amore a prima vista, proprio come per la musica. Mio padre era un patito di fotografia e in un certo senso mi ha passato questo hobby. Ma come in tutte le cose, non lo ammetterò mai. Io ho iniziato a fotografare perchè avevo voglia di iniziare a fotografare. E basta.

Sono sempre stato legato ai ricordi fotografici. Tante cose le ho vissute solo in foto. E ancora oggi i ricordi reali si confondono con quelli fotografici. Bene o male dai dodici anni in poi ho utilizzato la macchina fotografica come un qualsiasi ragazzino. Qualche foto la sera al mare, qualche ragazza, qualche concerto. Ricordo a tal proposito le foto che feci al concerto degli Offspring a Milano. Avevo penso quindici anni. Tutte piccole e mosse. Una vera delusione. Proprio come quelle dell’MTV Music Awards a Milano, qualche tempo prima. Insomma, fotografavo poco e male le cose che mi andava di ricordare. Ero un ragazzino, tutto sommato. Poi un giorno mio padre mi regalò una Epson a un megapixel. Avevo diciassette-diciotto anni. Un vero catorcio ora, una straordinaria e avveniristica macchina fotografica per i tempi. Le cose erano cambiate, e il digitale iniziava a compiere i primi passi. Passai a una Minolta E203, poi a una innumerevole serie di compatte delle quali ora non ricordo né marca né modello. Fu allora che iniziai a fotografare per davvero. Dieci, cento, mille foto. I miei amici dell’università impazzivano solo all’idea. Sono sempre stati loro i miei modelli. Li trovo bellissimi. Ora, che sono passati cinque o sei anni, conosco ogni singolo dettaglio del loro volto, il loro lato migliore, i loro piccoli grandi difetti. Se sono diventato un buon fotografo, è certamente merito della loro pazienza. Continua a leggere

Dalla mia tesi su Kantor e la fotografia di scena…

“..Dico questo perché Buscarino, fotografando la scena di Kantor, necessitava certamente di obbiettivi molto luminosi, al fine di sfruttare al massimo le precarie condizioni di luce sulla scena. Ma tornando all’utilizzo di ottiche, sono dell’idea che Buscarino utilizzasse obbiettivi a messa a fuoco manuale. Non so se esistessero già ottiche con messa a fuoco automatico nel 1977, ma in tal caso la scelta sarebbe ricaduta su quelle manuali. Infatti con una messa a fuoco manuale è possibile sperimentare tipologie di messa a fuoco innovative e sperimentali. Il campo ottico diviene un campo da gioco dove il fotografo può permettersi di sperimentare girando la ghiera.

Vediamo allora che un personaggio in secondo piano appare lucidamente a fuoco, a differenza dell’oggetto in primo piano. Il gioco dei campi è di fondamentale importanza in questo lavoro. Lavorare in questa maniera richiede però una certa conoscenza dell’apparecchio, oltre ad una notevole celerità manuale per cambiare la messa a fuoco, soprattutto di fronte a soggetti in movimento. Il discorso sulla messa a fuoco manuale vale perfettamente per le fotografie che appartengono alla branca dei ritratti d’artista, o in definitiva, per immagini realizzate con zoom da una certa distanza. Attenzione alla messa a fuoco, alla tempistica di esposizione e all’immobilità dell’apparecchio.
Discorso diverso per le immagini realizzate con ottiche grandangolari, ossia a focale corta…”

Sulla fotografia (saggio breve, 2008)

Saggio Breve di Emanuele Barboni

La fotografia è un’arte. Lo dicono un sacco di libri. Io penso di aver iniziato a fotografare per la paura di diventare grande. I miei tenevano libri enormi con migliaia di foto di viaggi in un cassetto. Quel cassetto è ancora là, e ogni tanto lo apro. In quelle foto era racchiuso il loro mondo così anni settanta, fatto di occhiali bizzarri, frange e lusso al club Mediterranee. Penso di aver fatto la prima foto vera intorno ai dodici anni. Non è stato amore a prima vista, proprio come per la musica. Mio padre era un patito di fotografia e in un certo senso mi ha passato questo hobby. Ma come in tutte le cose, non lo ammetterò mai. Io ho iniziato a fotografare perchè avevo voglia di iniziare a fotografare. E basta. Continua a leggere

Comunicare la fotografia digitale in Rete (2004)

Namasté dear visitor. I'm Emanuele and I'm a teacher based in Milan interested in photography, music and wirting. This is my archive, enjoy your visit!

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