Posts Tagged ‘saggio’

Sull’importanza del processo di contestualizzazione del corpus fotografico

giovedì, aprile 1st, 2010

“.. Il sostrato intellettuale che deve precedere lo scatto è ragione di vita della fotografia. Coloro che omettono questo passaggio creativo, riflessivo e di ricerca antecedente allo scatto non possono considerarsi fotografi …”

Si inizia fotografando di tutto. La passione fotografica porta in seno gioia, spensieratezza, stupore, voglia e necessità di sperimentare.

E’ dunque sbagliato portare il proprio apparecchio sempre in borsa?

No, di certo. Tutto fa esperienza, la sperimentazione deve essere all’ordine del giorno, quotidiana.

Bisogna dire, però, che come non tutte le idee del musicista entrano a far parte di un disco, un buon fotografo con il tempo deve imparare a selezionare il proprio lavoro, soprattutto prima di condividerlo con il mondo intero attraverso Internet.

La semplicità degli strumenti di condivisione fotografica in Rete insieme all’avvento della fotografia digitale tendono ad essere inversamente proporzionali alla corretta contestualizzazione del proprio corpus fotografico.

Questo accade principalmente per tre motivi:

1) la mancanza di un approccio fotografico orientato all’idea (vedi: I tre livelli di pertinenza della fotografia, 2009).
2) la pigrizia dettata dall’immediatezza delle operazioni di scatto, memorizzazione e condivisione dei file
3) la (inesistente) spesa economica

Il lavoro di selezione fotografica, dei “provini”, lo stesso processo di stampa, dato l’avvento del digitale in fotografia, è venuto meno. Possiamo scattare migliaia di fotografie, senza spendere un Euro, e oziosamente pubblicarle (ahimè, tutte) online in un quarto d’ora scarso.

Perchè, dunque, selezionare?

In fondo, paiono tutte buone, le nostre fotografie, una volta partorite dalla scheda di memoria.

L’errore sta nella sempre più frequente omissione del processo di contestualizzazione del proprio lavoro fotografico che, vedremo più avanti, risulta essere addirittura controproducente per la propria carriera fotografica.

L’appellativo “fotografo” non è mai stato tanto inflazionato quanto negli ultimi anni, quasi a corrispondere alla definizione “possessore di apparecchio fotografico”. Tutto ciò è inaccettabile. Non vale più denominarsi “fotografo”. Si rende necessario compiere un salto intellettuale in avanti, chiedendosi:

“Io cosa fotografo?”

Porsi questa domanda significa trovarsi di fronte ad un dilemma doloroso. E’ un passaggio obbligato, per definire il proprio raggio d’azione artistica. Questa domanda precede una seconda, ancor più radicale:

“Perchè fotografo?

Questo quesito risulta ancor più  traumatico del precedente.

La risposta, viene da sé, non può e non deve essere “perchè possiedo una macchina fotografica”.

Dunque.

Un fotografo completo avrà un’idea pregressa che guiderà il proprio operato fotografico, avrà scelto cosa fotografare ma soprattutto avrà capito perchè lo fotografa.

    1. Un fotografo “frammentario” non entrerà mai nell’olimpo dell’Arte, perchè non sa decidere.
    2. Un fotografo resta “frammentario” perchè non ha un’idea chiara della propria arte, non la contestualizza, perchè non la orienta ad un’idea.
    3. Frammentare in molti soggetti il proprio occhio fotografico è come visionare molti film contemporaneamente, senza conoscerne la trama. Questo genera rumore. Questo causa in noi confusione e incertezza.
    4. Deve necessariamente sussistere un filo conduttore tra progetto filosofico/creativo e atto fotografico.
    5. L’atto filosofico/creativo precede sempre l’atto fotografico.
    6. La scelta del soggetto fotografico è funzionale alla purezza e chiarezza della nostra fotografia.
    7. Un fotografo “frammentario” sostituisce alla spinta creativa un meccanicismo freddo e asettico, nè emozionale nè attivo.

      Coloro che non orientano ad un’idea il proprio lavoro artistico, dunque, sono destinati a rimanere nel campo ludico, sintanto che non si pongono le due questioni sopra citate.

      La bacheca dei minerali

      lunedì, gennaio 18th, 2010

      [OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

      La sua più entusiastica aspirazione in quel momento era che l’ora di educazione tecnica finisse in fretta. Erano passate le undici e venti, e nel suo apparire adolescente (vestiti larghi e dismessi, delle catene, una fibbia dell’Harley) vi era qualcosa di irrimediabilmente marcio.

      Posò così la testa sul banco, in un pensiero lungo un’ora. Fantasticava sul pomeriggio, beato santissimo illibato pomeriggio post Simpson, perchè avrebbe avuto l’Ale come ospite “a studiare”. L’Ale era ricco, ricchissimo. Lui invece era benestante, una famiglia (devastata, ad esser seri) perbene ma con poche risorse. Antichi valori, soldi pochi.

      Gli piaceva quando andava a studiare da lui Ale. Si sentiva come il padrone di casa che ospita una celebrità, o qualcosa del genere. Avrebbero guardato della tv, sgranocchiato qualche patatina e giocato al Nintendo.

      Fu così, quasi per caso, che nel bel mezzo di quel pomeriggio di sole Ale notò a casa dell’amico una bacheca. Di quelle piccole, per tenere i profumini. Era una bacheca di minerali, passata al cugino più piccolo da un lontano parente ormai cresciuto ed appassionatosi alle consuete attività dei grandi: calcetto, auto, figa.

      Gli chiese lumi, così il nostro mostrò lieto un librone impolverato che descriveva accuratamente, ma con caratteri giganti propri delle letture per ragazzi, le proprietà dei minerali in bacheca.

      La situazione non durò più di cinque, forse sei minuti.

      Non si videro per secoli, i due. Ale si era trasferito a Perugia, e si sentivano per telefono soltanto quando le mamme avevano qualcosa da raccontarsi.

      Resta il fatto che si rividero ormai trentenni ad una cena con vecchi compagni di scuola. Fu notevole il primo argomento di discussione tra i due. Ale si era iscritto e laureato in Chimica dei materiali, perché si appassionò alla geologia e ai minerali in un caldo pomeriggio di Aprile a casa di un amico, quando il più eclatante gesto di rivolta era disegnare a matita cazzi giganti sul banco.

      La macchina fotografica non rende Fotografi

      lunedì, gennaio 18th, 2010

      Essere o non essere [fotografi (di scena)]. E’ una vita che mi domando cosa rende un fotografo un “Fotografo”. Le reflex digitali sono oggi alla portata di tutti, dunque chiunque è in grado di sperimentare, riprendere, fotografare. Ma non tutti sono “Fotografi”. Non tutti hanno uno stile, se non quello dettato dal loro apparecchio fotografico.

      Mi spiego meglio.

      Su Flickr.com, il più grande portale di photo sharing al mondo, ne ho viste di ogni. Quanti fotografi mi hanno colpito? Due, forse tre. In lunghissime visite sul sito, nessuno riusciva a darmi quell’incredibile gioia che chiamiamo amore per l’Arte. Nessuno mi ha mai molto colpito per il suo stile e la sua idea di fotografia.

      E’ l’idea che sta alla base di tutto, non il soggetto (vedi: “I tre livelli di pertinenza della fotografia“).

      Il fotografo, per ritenersi tale, deve concedere alla propria opera un carico emotivo incredibile, straordinario, al fine di creare una nuova visione della realtà.

      Altrimenti è giornalismo.

      Vi sono innumerevoli bravi giornalisti, e pochissimi fotografi che si avvicinano all’Arte. E’ dunque palese come chi non sa dove vuole arrivare, pecca in partenza di egocentrismo. Certo, l’egocentrismo sta alla base, a parer mio, di ogni realizzazione artistica, ma bisogna inesorabilmente abbandonarlo per creare un mondo a parte, quello della Fotografia.

      Mi ripeto, il fotogiornalismo serve, eccome, ma non è Arte. In effetti l’obiettivo primo e quello di raccontare la realtà così come si presenta. L’Arte fotografica deve tendere invece ad una manipolazione del reale che dà luce ad una nuova visione del mondo.

      Come raggiungere questo status? Di certo non lo so. Bisogna fare molta esperienza, essere critici con sé stessi e rendere in immagini una propria visione dell’esistenza, che parte dalla nosta mente per realizzarsi attraverso l’apparecchio fotografico.

      Ciò che rende veri Fotografi e la magia personale che si insinua nel diaframma che divide la mente dell’artista dalla realtà contingente.

      Non aveva mai visto il mare

      lunedì, dicembre 14th, 2009

      [OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

      Non aveva mai visto il mare, eppure lo poteva sfiorare con l’immaginazione, immergervisi dentro come un pesce e nuotarvici come un giovane delfino. Tutto questo accadeva nella vasca da bagno il mercoledì, giorno di pulizia, di ristoro e di faccende domestiche.

      La scuola andava e non andava, l’insegnante gli aveva annunciato la mattina stessa che il giorno seguente si sarebbe svolto il tema. “Un momento importante della tua vita”, citava il titolo. Fu così che riprese dopo anni, forse secoli dallo scaffale quel tomo (a lui pareva immenso, in realtà erano meno di centocinquanta pagine) e prese a sfogliarlo. Era “La ricerca dell’Assoluto” di Balzac. Aveva ancora i capelli umidi del bagno, ed uno spiffero disturbava la sua nuca come sottili dardi di ghiaccio, mentre rileggeva le parti sottolineate chissà quanto tempo fa da chissà chi.

      Socchiuse la finestra, l’inverno parigino era oramai alle porte, e non mancava di bussare insistentemente al calare del sole.

      Resta il fatto che il tema andò davvero male. Era l’ultima chance, prima del termine del semestre, annunciò la settimana prima la maestra. I genitori non la presero bene. Lui giurò di non aver copiato, ma nessuno gli credette. (continua…)