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	<title>Zonk Volta &#187; racconto</title>
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		<title>Anice</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 22:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho sognato che ero in strada ho sognato che stavo vivendo in una scheda del computer rossa. Era tutto così vero e vivido avevo una moltitudine di abilità tra cui: - saltare come volando facendo dei salti volanti lunghi quasi sei metri - disegnare benissimo - fare dei calcoli a quindici cifre subito - pescare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span></p>
<p>Ho sognato che ero in strada ho sognato che stavo vivendo in una scheda del computer rossa. Era tutto così vero e vivido avevo una moltitudine di abilità tra cui:</p>
<p>- saltare come volando facendo dei salti volanti lunghi quasi sei metri</p>
<p>- disegnare benissimo</p>
<p>- fare dei calcoli a quindici cifre subito</p>
<p>- pescare tutti i pesci del mare con una sola esca</p>
<p>Ero felice e succhiavo una Fisherman’s all’anice e liquirizia.</p>
<p>Il sogno era magico il sogno era vero e nitido. </p>
<p>Vagavo per la città e prendevo la rincorsa per i miei lunghi salti in questa discesa stradale molto ripida e dritta e continuavo a saltare rincorrendo una strada che non finiva mai.</p>
<p>Galleggiando nel vuoto che era rosso  mi sono trovato a dover entrare in un buco sotterraneo che era un club privè e mi innamoravo. Io ero contento e tutto era rosso come se ogni luce del posto avesse una gelatina davanti. </p>
<p>Con lei sono andato in una casa molto bianca non arredata formata da una stanza solamente con un letto al centro. Mentre ci baciavamo dolcemente lei mi ha chiesto qualcosa che non ricordo, io mi stavo chiedendo “chissà cosa mi ha chiesto” e in quell’istante le quattro pareti si sono scoperchiate e mi sono trovato nel centro di un grande prato in una giornata di sole abbracciato sul matrimoniale alla bellissima creatura.</p>
<p>Mi sono svegliato e ho trovato tutto sfocato.</p>
<p>Il mondo è sfocato.</p>
<p>I sogni sono celesti come carte di caramelle all’anice.</p>
<p></span></p>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 22:45:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://adult-area.tumblr.com/post/9469515795" rel="attachment wp-att-4681"><img src="http://www.webstudio22.com/emanuelebarboni/wp-content/uploads/2012/02/tumblr_lqlu03M67K1qgsi4yo1_500.jpg" alt="" width="393" height="700" class="alignnone size-large wp-image-4681" /></a></p>
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		<title>Io mi fidavo di Internet</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 21:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi sento molto solo così sto su questa nuova cosa del computer che si chiama Internet e che ti fa vedere i siti e che riesci a scaricare le canzoni dei tuoi artisti preferiti da un posto tipo un grande archivio dove ci sono un sacco di cd e altre cose. Io mi connetto perché connettermi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sento molto solo così sto su questa nuova cosa del computer che si chiama Internet e che ti fa vedere i siti e che riesci a scaricare le canzoni dei tuoi artisti preferiti da un posto tipo un <span>grande archivio dove ci sono un sacco di cd e altre cose.</span></p>
<p><span>Io mi connetto perché connettermi mi fa sentire reale.</span></p>
<p><span>Fuori mi pigliano tutti in giro perché sono alto quattro metri e non ho il televisore in cucina.</span></p>
<p>Mi chiamo Elio ho sedici anni sono nato in settembre. Abito a Niguarda. Oggi il tempo in città  è stato sereno poco nuvoloso e a scuola ho preso sette in geografia. <span>Ho fatto una ricerca sulla Svezia.</span></p>
<p><span>Mia mamma mi ha comprato il computer Pentium II perché siamo nel duemila e nel duemila le ricerche si fanno col computer. Se non ce l&#8217;hai ti bocciano sicuro, le ho detto. Così me l&#8217;ha comprato e io posso andare su Internet e fare una chattata con chi mi pare o ordinare una pizza a New York.</span></p>
<p><span>Ragazzi siamo nel futuro.</span></p>
<p><span>Esco poco già di mio. Mi fanno sempre stare in porta e sono sempre l&#8217;ultima scelta quando fanno le squadre a pallone. Gli altri sono due metri e mezzo più bassi di me ma mi prendono in giro sempre. </span><span>Sono in tanti. Io non mi arrabbio con loro perché sono bassi ma loro con me sì.</span></p>
<p><span>Allora uno si chiude in casa e va su Internet, dico io.</span></p>
<p><span>Se non altro la Rete è una cosa che mi fa sentire importante almeno per qualcuno. Su Internet non sanno chi sono non sanno che sono alto quattro metri e già praticamente calvo a sedici anni. </span><span>Non sanno che mangio solo mandarini che si sbucciano facile. Ogni tanto il purè.</span></p>
<p><span>Solo la maestra di sostegno mi capiva, quella delle medie. Una volta mi ha fatto toccare le tette e io ho goduto mi sono sentito adulto insomma grande quelle cose lì. Poi però non l&#8217;ho più vista per un po&#8217; a scuola chissà dov&#8217;è finita quella vecchia baldracca a cui manca uno o due venerdì. Quella mi ha detto chissà che pisello grande che hai tu che sei alto quattro metri e io le ho detto vuoi vederlo e </span><span>lei ha detto che era enorme era davvero mostruoso. Io mi sono messo a piangere e l&#8217;hanno licenziata. Io non sono un mostro e lei mi capiva e mi ha deluso.</span></p>
<p><span>Ho scaricato questo programma che ti fa avere le canzoni gratis basta che le cerchi. Io ho cercato Madonna e mi è uscito come risultato una cover di un pezzo di Sting. Scaricare significa portare sul tuo computer qualcosa che non esiste veramente. Per farla esistere devi metterla su un cd altrimenti la ascolti sul computer. Io ho preso un masterizzatore e ci metto quello che scarico, lo metto sui cd vergini. Con questo aggeggio copio anche i giochi della Play dal mio compagno di banco ricco:  calcio, macchinine, mountain-bike.</span></p>
<p><span>Vado che è ora di cena e mia mamma mi sta chiamando da mezzora, però dopo torno.</span></p>
<p><span>-</span></p>
<p><span>Eccomi qua sono sempre io ho mangiato sei mandarini e sono sazio. </span><span>Finalmente posso connettermi a Internet e sento il mio modem (ho letto su un libro che vuol dire modulatore-demodulatore ma non ne sono certo) che fa:</span></p>
<p><span>&#8220;duuuuuuuuuu-da-da-dàradà&#8221;</span></p>
<p><span>.</span></p>
<p><span>&#8220;Da-da-dàradà&#8221;</span></p>
<p><span>.</span></p>
<p>.</p>
<p>.</p>
<p><span>&#8220;Chrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr&#8221;</span></p>
<p><span>È viola con le lucine rosse che lampeggiano.</span></p>
<p><span>Sono connesso e cerco il mio nome su un motore di ricerca che si chiama Altavista ed è giallo. Un motore di ricerca è una sentinella che sa tutto quello che c&#8217;è su Internet e te lo dice. Basta </span><span>chiederglielo. Trova anche le foto e i video di Pamela Anderson con Tommy Lee che guida il suv con l&#8217;uccello. Ho un po&#8217; di siti preferiti che visito sempre ma non ve li dico mi vergogno.</span></p>
<p><span>Esce il mio nome in una dozzina di risultati e uno di questi è un sito di medicina penso di una </span><span>clinica francese. Sbarro gli occhi perché ci sono anche due foto mie da piccolo e in questa foto sono nudo.</span></p>
<p><span>Non posso credere a quello che sto vedendo è allucinante.</span></p>
<p><span>Angosciato e avvilito controllo anche gli altri risultati della ricerca e trovo sempre mie foto di me da </span><span>piccolo con scritto &#8220;mostro&#8221; sempre. Sotto ci sono i commenti degli altri che hanno Internet che scrivono <em>che ridere che schifo guardate che mostro lui è un mostro lui fa schifo </em>e ridono.</span></p>
<p><span>Io mi fidavo di Internet.</span></p>
<p><span>Sento addosso una sensazione di malessere, la luce della camera si è fatta fioca e il tempo sembra rallentare secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora. Resto paralizzato di fronte al </span><span>monitor fino a che la tristezza non lascia aria all&#8217;anima. </span><span>Grigio vado a dormire, pensando che domani sarà un giorno qualunque di un mostro qualunque.</span></p>
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		<title>Le ossessioni del Dentista Dott. Lorenzi</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 23:37:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono il Dott. Lorenzi abito a Cernusco sul Naviglio ma sino a ieri sera ho lavorato a Milano vicino a San Siro. Ho aperto questa clinica odontoiatrica perché volevo fare un mucchio di soldi. La gente ha continuo bisogno di cure, perché il mal di denti è terribile, davvero terribile. Avrei potuto aprire un&#8217;attività di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono il Dott. Lorenzi abito a Cernusco sul Naviglio ma sino a ieri sera ho lavorato a Milano vicino a San Siro.</p>
<p><span>Ho aperto questa clinica odontoiatrica perché volevo fare un mucchio di soldi. La gente ha continuo bisogno di cure, perché il mal di denti è terribile, davvero terribile. Avrei potuto aprire un&#8217;attività di pompe funebri, perché la gente muore in continuazione. È un mercato forte, vivo, ma troppo inflazionato. Poi bisogna avere gli agganci con gli ospedali e la cosa non mi andava.</span></p>
<p><span>Perché sono un tipo onesto, io.</span></p>
<p><span>Così a settembre 2008 ho aperto la clinica odontoiatrica &#8220;Sorrisi Perfetti&#8221; in zona stadio Meazza. Ho chiesto un finanziamento alla banca che me lo ha dato perché avevo già un po&#8217; di soldi. Le banche danno i soldi a chi ha i soldi. Le banche sono per i ricchi. Se un povero chiede dei soldi, non glieli danno. Le banche sono furbe.</span></p>
<p><span>Ho trentotto anni e sono dei gemelli. Volevo sfondare e fare una valanga di soldi. I dentisti guadagnano bene.</span></p>
<p><span>Ho studiato medicina e ho fatto tirocinio e tutto. Mi sono spaccato il culo, io. </span><span>Anni sui libri senza uscire di casa. Mia madre è orgogliosa di me. Mio padre è morto dieci anni fa.</span></p>
<p><span>Ieri mi sono svegliato come sempre alle sette, ho bevuto un caffè di moka e ho acceso una sigaretta. Il tempo là fuori era grigio come tutti gli altri giorni, e una leggera nebbiolina iniziava a farsi largo in quest&#8217;autunno dal cielo limpido e dal fogliame marrone. Ho camminato fino alla metro verde e sono poi sceso a Lotto cambiando prima in Cadorna.</span></p>
<p><span>La mattina sui mezzi leggo romanzi gialli, Lansdale e soci. Mi gasano perché non sai chi è il colpevole sino all&#8217;ultima pagina. A volte ho la tentazione di andare in fondo e sbirciare la fine, scoprire il colpevole dell&#8217;ennesimo omicidio che fa impazzire Scotland Yard. Non lo faccio mai.</span></p>
<p><span>SONO UN TIZIO ONESTO IO.</span></p>
<p><span>Di solito in studio delego le operazioni di routine (otturazioni, pulizie, estrazioni) ai miei sottoposti più giovani. Alle mie dipendenze lavorano otto persone, tutte laureate. Cinque sono dentisti e possono operare, tre invece si occupano degli appuntamenti e delle faccende di segreteria. Stefania l&#8217;ho assunta per prendere gli appuntamenti ma ogni tanto me la sdraio in ufficio. Questa è una porca con due bocce ad ampio raggio. Ho capito sin dal primo colloquio conoscitivo che tipo era, perché me lo ha ciucciato dopo dieci minuti però non sono venuto. Lei me lo ciuccia quando sono teso perché è comprensiva, perché le piaccio. Sono ancora in forma per via della palestra, ho tutti i capelli e la mia abbronzatura è ben curata.</span></p>
<p><span>Prima di andare al lavoro mi lavo l&#8217;uccello perché non si sa mai.</span></p>
<p><span>Non è per dire, ma il mio uccello è ben messo. A quella piace, per intenderci. Lei non è proprio figa tipo modella, ma è molto porca. Le darei un sette e mezzo sulla fiducia. Una così serve sempre, soprattutto nei momenti di grosso lavoro. Lei non mi ha chiesto mai nulla in cambio. Non sono il tipo che chiede sesso in cambio di favori. A me queste cose disgustano.</span></p>
<p><span>Al lavoro sono stimato, tutti mi dicono &#8220;Buongiorno Dott. Lorenzi!&#8221; quando mi vedono entrare in sala operatoria, con il camice bianco e il passo sicuro. Qui c&#8217;è gente che lavora, caro mio. Nonostante io ami il mio lavoro, mi sono accorto di un fatto strano che devo ammettere mi ha spaventato. Insomma che tutti i miei sottoposti, ho notato, avevano la bocca trasandata. Un bel sorriso è un gran biglietto da visita, ma io lo percepivo già da cinquantaquattro giorni circa che loro tutti stavano tramando qualcosa contro di me. Non so bene quale fosse il piano, ma io potevo percepire la loro malignità, la percepivo nei loro sorrisi sempre identici e sgraziati, deformi, cariati. Alle dipendenze di un dentista, senza un minimo di amor proprio, di igiene dentale. Prima non erano così. Prima si curavano. Il loro malessere ha fatto putrefare la loro bocca. Io lo sapevo che questi signori e queste signore marcivano fuori perché stavano marcendo di invidia per la mia posizione di potere e volevano portarmela via.</span></p>
<p><span>Non avrei potuto continuare così per molto. No di certo.</span></p>
<p><span>Allora sai cosa ho fatto? Ho preso una bella valigetta e l&#8217;ho riempita con un bel po&#8217; di quattrini dei lavori che avevo in ballo con lo studio (ponti a vecchiette, otturazioni a mocciosi, ablazione alle MILF). Non so quanti, ma abbastanza da lasciare lo studio in merda piena. Ho ritirato tutto. O quasi tutto. </span><span>Questi sono I MIEI SOLDI perdio. </span><span>Sono miei. </span><span>Loro mi invidiano a morte, mi vogliono rapinare della mia vita, mi vogliono morto.</span></p>
<p><span>Non mi restava che fuggire.</span></p>
<p><span>Ho preso il secondo aereo disponibile perché il primo volo era sold-out.</span></p>
<p><span>Un volo per Cuba.</span></p>
<p><span>Fa un gran caldo quaggiù, mi ci dovrò abituare.</span></p>
<p><span>L&#8217;ho scampata bella.</span></p>
<p><span>Ora vi saluto perché c&#8217;è il gioco-aperitivo in piscina.</span></p>
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		<title>Gli omini di Youtube</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 22:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Sono in uno spazio completamente buio mentre ascolto i Pet Shop Boys sull&#8217;Ipod (ho comprato quello Nano bellissimo che fa i video) mentre dai lati del vuoto profondo vedo arrivare degli omini con al posto della testa un monitor e nel monitor c&#8217;è YouTube. Quello che fa vedere i video e nel video c&#8217;è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Sono in uno spazio completamente buio mentre ascolto i Pet Shop Boys sull&#8217;Ipod (ho comprato quello Nano bellissimo che fa i video) mentre dai lati del vuoto profondo vedo arrivare degli omini con al posto della testa un monitor e nel monitor c&#8217;è YouTube. Quello che fa vedere i video e nel video c&#8217;è la musica. Da quando c&#8217;è YouTube non vado più da Ricordi in centro a comperare i dischi, ora compero principalmente: plettri, libri, dvd di Kubrick in offerta a novenovanta.</p>
<p>Nei monitor degli omini c&#8217;è YouTube, l&#8217;ho riconosciuto dal logo.</p>
<p>Mi avvicino a queste personcine che hanno le zampette minute come quelle di un pollo però di proporzioni umane e sento che sono amici anche se non parlano.</p>
<p>Sui loro schermi c&#8217;è YouTube.</p>
<p>Ad un certo punto mi chiedo: <em>&#8220;Cazzo ma Dio esisterà?&#8221;</em></p>
<p>Sono di fronte ad un omino di YouTube ma non so se è il capo questi esserini zampettanti sono tutti dannatamente uguali sono dieci o nove. Li conto ma non riesco a tenere a mente i numeri e  quindi ci impiego mezzora. Guardo vicino vicino e sono assolutamente attratto dai loro monitor che ora sono neri come un  video di YouTube che deve ancora iniziare con il tasto play bianco  in mezzo. Presente no. Avvicino l&#8217;indice e lo appoggio sul monitor che è la testolina di queste creaturine, sono dei monitor da diciannove mi sa viste le dimensioni. Sti qui sono alti come me più o meno ed il loro monitor è molle e bagnato tipo placenta. Penso <em>&#8220;cazzo è molle!&#8221;</em> e addentro la mia manona all&#8217;interno della testa di quello che mi sembra il capo. Questo non fa niente tra l&#8217;altro è tutto nero intorno tutto fermo mi sa che sono nello spazio. Alcuni di loro iniziano a danzare proprio mentre io ho la mano dentro alla faccia senza occhi del loro capo ma non sento la musica perché attorno è silenzio profondo come quando hai i tappi, come quando sei sordo.</p>
<p>Questi qua zampettano con le loro coscette pelosette e piccine a destra e a manca, ma non capisco, potrebbe essere una danza di gioia o di dolore non lo so, non hanno espressione e si muovono come dei burattini ballerini. Intanto il mio braccio è sempre dentro a questo qui e io sento freddo come quando da bambino d&#8217;inverno mi facevano il bagnetto ed io in accappatoio venivo  assalito e circondato da spifferi gelidi e poi i miei si sono separati. Io ogni volta che entro in un bagno sento il brivido freddo.</p>
<p>In questa placenta nera e fredda ma non viscida e bagnata come pensavo, all&#8217;interno dell&#8217;immobile creaturina, trovo dei cubi che sembrano di plastica, come cubi di Rubik ma con solo quattro caselle, sento che i cubi sono neri. I suoi compari ci hanno circondato e danzano abbracciati saltellando e zampettando, e le loro gambette si muovono come fossero senza giunture e penso che se mi dovessi operare al ginocchio non vorrei guardare nel monitor come ha fatto Mark quando si è sistemato i legamenti.</p>
<p>Proprio no direi.</p>
<p>Guardo il mio corpo per controllare se ci sono, e in effetti c&#8217;è, ci sono, mi vedo tutto intero perché in realtà è come se stessi spiando me stesso invisibilmente da una dozzina di metri, quindi  vedo tutta la scena di questi che ballano e io in mezzo, fermo con il braccio sino al gomito dentro la testa del tipo. Ora non capisco se questa sensazione la stia provando<em> io io</em> o l&#8217;<em>io che vedo</em>. Penso che magari ci potrebbe essere un collegamento empatico, giungo alla conclusione che quello che guarda e quello che viene guardato sono io ad ogni modo, la stessa persona.</p>
<p>Rabbrividisco e mi chiedo: &#8220;<em>Cazzo ma Dio esisterà?</em>&#8221;</p>
<p>La mia attenzione si concentra di nuovo sul braccio che afferra un cubo grosso come una mela all&#8217;interno della placenta nera, lo stringo tra le mani forte fino a quasi tagliarmi con i suoi spigoli. Gli spigoli del cubetto tagliano come taglia la plastica dura spezzata di netto. Faccio questo per capire se sono vivo e a quanto pare lo sono, perché sento un dolore pungente nel palmo.</p>
<p>Estraggo il braccio dalla faccia dell&#8217;omino YouTube, in mano ho il cubo nero che diversamente dalle mie aspettative non è umido, bensì asciutto, di un nero opaco. Sembra proprio un involucro di plastica dalle pareti poco spesse. Sento che dentro è vuoto. Il faccione monitor dell&#8217;omino YouTube torna al suo stato originario in un battibaleno, ossia uno schermo lcd da diciannove pollici. Mi guardo intorno e mi accorgo che i suoi simili hanno smesso di ballare.</p>
<p>“Proprio adesso?”, penso io, mentre in dissolvenza in entrata risuonano i synth potenti di <em>Always on my mind</em>, la mia preferita, gran cover di Elvis Presley.</p>
<p>Gli ometti antropomorfi sembrano tristi, rimuginano, sento i loro lamenti.  È il primo suono che emettono dacché son qua fuori.</p>
<p>Vengo travolto da un&#8217;assurda e prepotente sensazione di malinconia ed ansia. Non capisco, credo di aver fatto qualcosa di sbagliato e sento il cuore che piange. Mi rammarico e a stento trattengo le  lacrime, sino ad esplodere qualche istante dopo in un pianto infantile, quello che senti il caldo dentro, che ti sei tolto un peso.</p>
<p>In ginocchio di fronte al capo degli omini impreco tra le lacrime più vere e liberatorie che abbia mai versato, libero la mia testa ed il mio spirito dalla fuliggine accumulata. Gli omini non fanno niente, sono smarriti nel loro lamento, ed io mi sento come se avessi perso ogni certezza.</p>
<p>Nel silenzio del nulla avviene tutto ciò, mentre fotografo con la mente la scena da una dozzina di metri di distanza.</p>
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		<title>Ho deciso di non esserci</title>
		<link>http://www.webstudio22.com/emanuelebarboni/2010/09/ho-deciso-di-non-esserci/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 22:56:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La giornata era iniziata anche bene, perché di seguire quella merda di corso di Letterature Comparate proprio non ne avevo voglia. Poi c&#8217;è quel prof. pelato che mi disturba. Di quei tipi giovani ma vecchi, un gran laido che fa lo spaccone con le donnine a fine lezione. Se li taglia corti, i capelli, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La giornata era iniziata anche bene, perché di seguire quella merda di corso di <em>Letterature Comparate </em>proprio non ne avevo voglia. Poi c&#8217;è quel prof. pelato che mi disturba. Di quei tipi giovani ma vecchi, un gran laido che fa lo spaccone con le donnine a fine lezione. Se li taglia corti, i capelli, ma io lo vedo che è pelato. Anche uno scemo lo capirebbe.</p>
<p>Così anziché svegliarmi, docciarmi, bere un Nesca freddo e intubarmi nella metro verde come ogni santo lunedì di novembre, me ne stavo nel letto con l&#8217;orecchio teso alla porta d&#8217;ingresso aspettando che mia madre si recasse al lavoro alle otto. Quattro giri di chiave tac tac tac tac, il silenzio mi avvolge mentre chiudo gli occhi e mi lascio trasportare tra le braccia di Morfeo che, a quanto ho capito, era un dio greco che dormiva alla grandissima. Mi alzo alle dieci e venti solo per pisciare, ma mi ritrovo a mettere su un pentolino d&#8217;acqua sul bollitore (per comodità usiamo il Nesca) e a fumarmi una Merit imballato davanti a TG regione. La Merit. La prima della giornata, non certo l&#8217;ultima della mattinata, non certo l&#8217;ultima della mia vita. Ho sonno, di quei sonni che potrebbero durare mille anni, ma questa malinconia mi tiene sveglio, questo momento di morbida crudeltà, di inesorabile e dolce senso di colpa mi tiene sveglio.</p>
<p>Solo chi ha studiato sa cosa significa saltare scuola in un freddo lunedì di novembre. Attendere la solitudine nell&#8217;appartamento, avvolti da una coperta di lana o da un piumone, mentre fuori piove e il lento scrosciare delle tettoie riporta la testa a mai sbocciati amori. Osservare dal didentro il mondo che si ricopre di pioggerellina fitta fitta e bagnatissima, mentre aspiri un caldo tiro di sigaretta e pensi ai temerari che ce l&#8217;hanno fatta, a quei lupi di mare che si sono svegliati in tempo, alle tue compagne di corso che prendono il treno da fuori Milano e che forse, domani, ti passeranno qualche appunto che fotocopierai golosamente da My Copy per la modica cifra di <em>uno e sessanta se vuoi te li rilego ma no lasci stare sono solo poche pagine</em><span>.</span> Saltare lezione è una vittoria, una scelta di vita, un malinconico insegnamento. Pare che il weekend duri una settimana, che quello che stai vivendo sia tempo vinto alla lotteria Italia, prezioso e rubato alla vita, scorre veloce ma la mente cammina a passo d&#8217;uomo. Il cielo corre mentre noialtri stiamo a guardare.</p>
<p>Rassetto il ciuffo perché accipicchia un ciuffo così all&#8217;uni non ce l&#8217;ha mica nessuno.</p>
<p>Mi chiamo Aldo e ho ventun&#8217; anni. Vivo vicino a piazzale Lodi con i miei. Mio fratello è uscito alle sette e mezza perché studia ad un tecnico di Cimiano.</p>
<p>Sono momenti profondi nella vita di un ventenne, questi. Momenti di riflessione, attimi di ermetico sbadiglio in una routine universitaria zeppa di impegni, scadenze, esami, amori, evidenziatori. E&#8217; un sottrarsi alla vita, questo, per qualche ora. La serata di ieri ha fatto le sue vittime, io sono tra quelle, ma non gliene faccio una colpa. Forse dovrei fumare meno, perché il mio respiro fischietta e appena sveglio ho i conati.</p>
<p>Avvolto da un golf di lana peruviana che non indosserei mai pubblicamente osservo il lento svanire dei granuli di caffè solubile all&#8217;interno della tazza rossa, una tazza alta e massiccia, da caffè americano. L&#8217;acqua dentro scotta, i polpastrelli arrossiscono mentre trascino le dita da un estremo all&#8217;altro della coppa, intento a ricalcare le lettere della marca di caffè che produce queste lisce, splendide, carezzevoli tazze dalle estremità arrotondate. Il  bollitore esala vapori caldi d&#8217;acqua ormai tiepida mentre la caldaia sbuffa per il sovraccarico di riscaldamento richiesto da questo mio personalissimo momento di dilemma.</p>
<p>Le articolazioni del corpo ancora sonnecchiano, in una estenuante ricerca di ulteriore riposo. Ginocchia, gomiti, collo. Giunture indolenzite, fredde e da oliare come trasmissioni di un meccanismo arrugginito. Sento un vuoto dentro che genera una voglia di dormire eterna, come addormentarsi per non svegliarsi più, come dormire nel proprio caldo letto per sempre. Una piazza sarebbe sufficiente, basta che oltre al lenzuolo ci sia un copriletto dell&#8217;Ikea e una coperta dei nonni a quadrettoni scozzesi appoggiata con geometrica abilità dalla mamma la sera prima, giust&#8217;appena prima che il suo figlio prediletto vada a dormire che <em>domani deve andare all&#8217;università che ha lezione quanti sacrifici ma quante soddisfazioni che ci dà sa signora la scorsa settimana ha preso trenta TRENTA! pensa te che bravo il mio figliolo signora sa che soddisfazioni guardi.</em></p>
<p>Questo rallentamento volontario della vita, questa parentesi deliziosa scandita dai clacson lontanissimi e colpi veloci di ramazza che sfrega sul cemento in cortile mi rende lento e introspettivo. Sorseggio il caffè che ha un gusto amaro e sintetico, vedo la televisione ma non la guardo. Forse c&#8217;è una televendita di Mediashopping, non so. Sul tavolo della cucina si alternano sensazioni gelide (quando prendo il coltello per spalmare della marmellata d&#8217;arance sul toast appena saltato fuori dal tostapane con foga, quasi irritato, come per chiamare la mia attenzione) a sensazioni bollenti (la tazza del caffè, o quando metto una mano sulla pancia per grattarmi). La vita scorre veloce, in questo momento di solitudine scippato al destino, mi sento un Mattia Pascal in erba.</p>
<p>Volate lontanissime, preoccupazioni, ansie, allergie. Io sono qui, adesso, e ho fregato il mondo intero. Io sono qui ora senza essere altrove, senza essere dove dovrei essere e, sinceramente, non so che farmene di questo tempo, ma la cosa non importa: sentivo di farlo, nulla al mondo stamane mi avrebbe gettato nel mucchio, mi avrebbe costretto a seguire quelle lezioni, a bagnare i miei jeans e le mie New Balance inzuppandole di fango e poltiglia. Non avrei mai avuto il coraggio di affrontare il vento tagliente di una Milano di fine novembre, quel vento che ferisce gli occhi e le tempie, che fa male alla vita. Oggi sono qui, perché ho deciso di non esserci, perché ho deciso di prendermi una pausa. Una pausa dalla vita. Non so se questo mio immobilizzarmi avrà conseguenze, so solo che vedo uccelli volare bassi come in un lugubre presagio, che nonostante tutto ho bisogno del mio caldo letto, che è l&#8217;unico posto al mondo che vorrei realmente conoscere, l&#8217;unico posto al mondo che prende la mia forma senza chiedermi di prendere la sua, tutto ciò che può capire il mio io profondo, la mia essenza, il mio essere &#8230;</p>
<p>***</p>
<p>Il caffè era ormai finito da un pezzo, gli ultimi gocci misti a zucchero giacevano freddi a fondo tazza. Nel posacenere si contavano almeno dieci Merit. Il televisore era ancora acceso sul tre, quando il corpo senza vita di Aldo venne ritrovato dalla madre, di ritorno dal lavoro. Una fuga di gas, probabilmente causata dalla dimenticanza di chiudere il rubinetto di emissione del vecchio fornello, l&#8217;aveva intossicato fino a fargli perdere i sensi, fino a morire di una dolce morte calma e silenziosa, una morte che lo colpiva in uno dei momenti più profondi della sua adolescenza, una morte che lo ha abbracciato nel suo attimo di vera, anarchica, malinconica libertà.</p>
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		<title>Mi piace grattarmi le palle e asciugarmi i capelli con il phon fino a bruciarmi la cute. Provo un pi</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 23:16:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi piace grattarmi le palle e asciugarmi i capelli con il phon fino a bruciarmi la cute. Provo un piacere che nessuna donna mi ha mai dato. Sono Antonio ho ventiquattro anni abito a Corvetto e sono di destra convinto. Il mio peggiore incubo è: bere tre birre da sessantasei e pisciare dentro ai vuoti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi piace grattarmi le palle e asciugarmi i capelli con il phon fino a bruciarmi la cute. Provo un piacere che nessuna donna mi ha mai dato.</p>
<p>Sono Antonio ho ventiquattro anni abito a Corvetto e sono di destra convinto.</p>
<p>Il mio peggiore incubo è: bere tre birre da sessantasei e pisciare dentro ai vuoti e scoprire che le riempio tutte e tre e che anzi ne riempio anche una quarta a metà anche se ho bevuto solo quello quel giorno.</p>
<p>Questo è il mio incubo.</p>
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		<title>Cercando Rebecca</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 14:27:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è questa ragazza in uni che sembra Sofia Loren, ma non si chiama Sofia Loren bensì Rebecca D&#8217;Angelo. Pare abbia un bel ventiquattro anni, proprio come me, mica di primo pelo per intenderci. Sembra sia cresciuta nelle terre del Sud, un paesino in cima alle colline, con una splendida vista sul mare. A Milano è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è questa ragazza in uni che sembra Sofia Loren, ma non si chiama Sofia Loren bensì Rebecca D&#8217;Angelo. Pare abbia un bel ventiquattro anni, proprio come me, mica di primo pelo per intenderci. Sembra sia cresciuta nelle terre del Sud, un paesino in cima alle colline, con una splendida vista sul mare. A Milano è venuta per studiare, e ci siamo incontrati due settimane fa al corso di <em>Letteratura medievale </em> e io mi sono soffermato subito sui suoi OCCHI e sui suoi DENTI.</p>
<p>Ha dei denti grandi e bianchissimi. Una dentatura perfetta, da predatrice dei mari. Anche di corpo non è niente male, unoesessanta, semplice nel vestire, avvolta da completini estivi e infradito colorate, ma giuro che DENTI. Una bocca costellata di perle e circondata da due labbra carnose come un quarto di bue appena spellato e macellato. Mora, una terza scarsa, portamento nobile, con queste due labbra GRASSE che sembrano finte. Fattezze di giù, si direbbe MEDITERRANEA anche perché ha la pelle olivastra e quell&#8217;accento e quella parlantina che pronuncia le G doppie anche quando non ce n&#8217;è bisogno.</p>
<p>Quando interveniva a lezione, i primi giorni di questo semestre, vedevo soltanto la sua bocca e i suoi occhi. Se ci penso bene, questa fissa non era particolarmente indicata come cosa, mi deconcentrava alla grande, nel senso che per interi minuti non vedevo null&#8217;altro di lei: era una bocca e due occhi, il resto era il mondo nero appannato come da fatto, opaco, mosso, indefinito.  Mi svegliavo dal torpore onirico rendendomi conto di aver perso i passaggi chiave della lezione. L&#8217;ho anche intravista specchietto alla mano mettersi il burro cacao e la cosa mi ha fatto arrapare alla grande.</p>
<p>“<em>Non me la faccio scappare questa</em>”, pensai un giorno, mentre sistemavo blocco e astuccio nello zaino pronto a schizzare fuori dall&#8217;aula a fine lezione.</p>
<p>Il venerdì a seguire dal nostro primo <em>ciao</em>, ci siamo ritrovati tutti a casa del Ludo per il compleanno di Piero. Erano i primi di giugno e il sole iniziava a picchiare. La solita serata <em>parauniversitaria</em> zeppa di vodka, Redbull e maria. Era stata invitata anche lei. In fondo c&#8217;era anche da aspettarselo, perché il Ludo non se ne fa scappare una, conosce tutti e tutti conoscono lui: ha un potere magnetico nel tirare in mezzo la gente, coinvolge chiunque, muove le masse e, a quella festa, c&#8217;era veramente IL MONDO.</p>
<p>Quella sera Rebecca aveva degli occhi stanchi dalla lettura, bulbi cerchiati di nero che mantenevano  quel taglio da felino che li facevano sembrare disegnati con la squadra e il righello. Sopracciglia scure di linee rette, cavità oculari profonde dove potevi perderti per interi minuti, senza sbattere le ciglia nemmeno per caso, come quella volta che ero in SPEED ad un rave di Valencia e ho ballato per due giorni senza battere ciglio. Quella volta Mr. Mark si è anche un po&#8217; spaventato, e il giorno dopo sentivo il ventre come se fosse stato maciullato dal didentro da larve e parassiti armati di microlame aguzze.</p>
<p>Al party ci siamo salutati con tre baci sulla guancia, e dopo la gita al frigo, abbiamo colto l&#8217;occasione per chiacchierare dieci minuti di un esame che dovevo ancora dare. Io ci ho provato alla grandissima, ero proprio in bomba, ma lei deve aver sentito l&#8217;odore dei miei ormoni grossi come lepri strafatte di maria e si è tirata indietro. Mi ha RIFIUTATO. Però non è come al liceo che uno se ne va in para.</p>
<p><em> “Io l&#8217;ho dato a gennaio, una cazzata. Se riesci vai con l&#8217;assistente.” </em><span>Dice lei.</span></p>
<p><em> “Ma come la mettiamo col manuale? L&#8217;hai fatto tutto?”</em></p>
<p><em> “Beh, si. Però non lo chiede sempre. Vai tranquillo.”</em></p>
<p><em> “Hai dei bellissimi capelli, sai?” </em><span>Azzardo. Me la sento. Vai così.</span></p>
<p><em> “Sei gentile. L&#8217;hai dato letteratura col Bozzi?”</em></p>
<p><em> “Si, roba easy. Non sapevo un cazzo, ventisei rubato alla grande. Poi mi sono spippato l&#8217;assistente con un discorso su Charles Baudelaire che non c&#8217;entrava un tubo, però è piaciuto!”</em></p>
<p><em> “Ma Baudelaire non è in programma, a sto giro fanno il monografico sul Montale. Hai già capito che noia.” </em><span>Dice Rebecca accendendosi stancamente una Pall Mall.</span></p>
<p><em> “Beh, trovo Montale davvero sopravvalutato. Ma sai, punti di vista. A proposito, da quanto sei qui nella City?”</em></p>
<p><em> “Questo è il quarto anno. Sto in Papiniano con il mio r&#8230;  fratello maggiore.”</em></p>
<p><em> “Come ti trovi, bellissima?”</em></p>
<p><em> “Non male. Da dove vengo io non ci sono nemmeno le scale mobili nei centri commerciali. Beh, si, mi piace questa città.”</em></p>
<p><em> “Milano o la ami o la odi. Quando ci stai la odi, quando sei via ti manca.”</em></p>
<p><em> “Anche a me manca il mio paesino, ma non tornerei mai a viverci. Ti chiude gli sbocchi, insomma hai capito”</em></p>
<p><em> “Già. Posso baciarti?”</em></p>
<p>Faccio per avvicinarmi con le mie labbra alle sue, sicuro di aver letto nella sua gestualità un ardente voglia di accoppiamento. Ad occhi chiusi, tento l&#8217;impresa. Nella mia testa solo nero stop, in bocca il dolciastro della vodka alla fragola mescolata alla Redbull. Non vedo niente, Incontro una superficie umida e dura. Ad aprire gli occhi, vedo la sua mano che intercede il mio desiderio.</p>
<ul>
<li> </p>
<ul>
<p>“<em>Cosa 		fai? Ma se non so nemmeno come ti chiami!” </em><span>Afferma 		più divertita che seccata. </span></p>
<li>
<p>Un sorriso strozzato deforma 		la mia espressione ebete.</p>
<p>“<em>Lo 		sai, cara. Milano è un cuore che pulsa e che cammina di fretta. 		Chiedo perdono. Io sono Federico, so che tu sei Rebecca, sei di 		giù, sei in corso con Piero, Ludo e gli altri ed emani un profumo 		da sballo. È D&amp;G?”</em></p>
<p>“<em>Acqua 		di Giò. Comunque piacere, Federico. Ma fai così con tutte, o sono 		l&#8217;Eletta? La rapidità spesso è controproducente.”</em></p>
</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>Con la battuta sulla fretta me la sono giocata, penso. Cerco rimedio nella poesia.</p>
<ul>
<li> </p>
<ul>
<li>
<p>“<em>E 		al tuo paese le donne le fanno tutte straordinariamente belle come 		te? Cara, ogni tuo sorriso mi riporta alle domande più antiche 		dell&#8217;umanità, dove andiamo, chi siamo …”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Vado 		a pisciare.” </em><span>taglia corto 		lei.</span></p>
</li>
<li>
<p>…</p>
</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>Resto sbigottito. La testa sta sballando alla grande e solo una volta ritrovatomi solo sul divano floscio e avvizzito realizzo la figura che ho fatto. Penso malinconicamente a tutte quelle pare al liceo, con quella là di cui ero innamorato perso e che non mi considerava nemmeno di striscio. Questo discorso lo faccio finire dopo trenta secondi perché altrimenti mi rovino la serata. Raccolgo le forze e con un colpo di reni mi alzo dalle profondità più intime del divano direzione frigo. La vedo tra la gente, è là, che parla con delle amiche.</p>
<p><em>“Ora è regolare, sta cosa del rifiuto”</em> mi dice il Ludo, piazzandomi una gran pacca sulla spalla mentre chiudo il congelatore.</p>
<p>”<em>Voglio dire, crescendo impari a gestirla alla grande. Fratello, pensala come una partita non ancora persa che va combattuta fino in fondo. E domani c&#8217;è la rivincita. Non come le paranoie sonosbagliatoètroppopermestaquinoncistaràmai.  Quelle sono partite perse senza essere giocate. Quelle sono stronzate da ragazzini. Goditi la festa e cerca di riparare in fretta.”</em></p>
<p>Un grande, penso. Sempre la parola giusta al momento giusto, quel vecchio lupo di mare del Ludo.</p>
<p>E pensare che sentivo già il brivido scorrermi per la spina dorsale, il brivido degli ultimi minuti del match quando sei sul due a zero. Dai, è chiaro che mi guardava con interesse, un minimo la attizzo. È una gran figa, io sono un gran chiacchierone, ce la potevo fare. Forse è la fretta che mi ha fregato. Magari questa pensa che sono un trombaiolo e che me le voglio fare tutte. Beh si è così, ma lei mica lo deve sapere. Me la sono giocata. Sempre sta fretta maledetta da dio.</p>
<p>Inutile raccontarsela, diciamo il vero, analizziamo il fatto a mente fredda: mi ha RIFIUTATO perché indosso una polo VERDE PISELLO che non si può vedere. Maledetto il giorno che ho comprato questa Ralph Lauren VERDE PISELLO. Cento carte dritte nel cesso. Quando esci con dei vestiti che fanno schifo, è sin giusto che la figa di turno ti RIFIUTI.</p>
<p>***</p>
<p>Dopo quella volta del rifiuto, decisi di non darmi per vinto e continuai a corteggiarla con fare simpatico. Scoprimmo col tempo di avere alcuni punti in comune: eravamo entrambi appassionati di birra che, in una donna, è certo una gran cosa. La ragazza se la cavava anche con la chitarra e canticchiava, quando era giù, in una band rock. Gusti musicali simili, fattore importantissimo almeno quanto la sintonia sessuale in una coppia. Nei tempi morti si chiacchierava di Greenday e AC/DC, di Baudelaire e Montale (quest&#8217;ultimo sempre più sopravvalutato). In università non mancavano mai le occasioni di incontro, soprattutto nell&#8217;arco delle numerose pause caffè alle macchinette. Proprio in questa occasione, un lunedì a metà pomeriggio, la convinsi a seguirmi per un ape, con la scusa dei libri. I libri sono sempre un ottimo motivo per incontrarsi in uni. Costano un casino e a noi, studenti squattrinati morti di fame che piuttosto che un libro ci compriamo due stecche di marocchino copertone, torna utile passarceli vicendevolmente una volta sostenuto l&#8217;esame.</p>
<p>La cultura, insomma, è da considerare la migliore amica del giovine eccitato. Aggancio garantito, la scusa perfetta. Con l&#8217;arte e la cultura puoi giustificare tutto: dai film porno  alle guerre, d&#8217;altra parte il sapere spaventa e attrae, insomma in ambiente Unimi va così. Le dissi che avevo dei libri di poesie da passarle per l&#8217;esame di letteratura, quello di cui parlammo un paio di settimane prima dal Ludo. Così fissammo l&#8217;appuntamento al pub dietro l&#8217;angolo, il Totem, al termine delle lezioni, per un genuino scambio dei fotocopie e un paio di Beck&#8217;s “in amicizia” (amicizia un corno, questa storia dell&#8217;amicizia le signorine dovrebbero togliersela dalla testa una volta per tutte. IO NON SONO TUO AMICO IO VOGLIO SCENDERE ALL&#8217;INFERNO e commettere i più perversi e osceni atti sessuali con te, cara amica).</p>
<p><em> “Eccola!” </em><span>Sorrido vedendola arrivare.</span></p>
<p><em> “Ti ho portato quei libri che ti dicevo” </em><span>Le dico.</span></p>
<p><em> “Grande. Che paura, manca poco &#8230;”</em></p>
<p>Mi torna alla mente la figuraccia del bacio, ma adesso è un&#8217;altra storia.  Ora sono di fronte a lei mentre il simil deejay del posto mette su un pezzo pestato dei Nirvana. Le fisso i DENTI e penso alle parole del Ludo. Mamma che DENTI.</p>
<p><em>“Forte questa canzone”</em> mi dice lei.</p>
<p><em>“Che prendi?” </em>Incalzo, avvicinandomi per farmi sentire.</p>
<p><em>“Una Heineken, tu?”</em></p>
<p><em> “Menabrea”</em></p>
<p>Ordino al ragazzo che mi porta anche cinquanta stuzzichini.</p>
<p><em>“Bene, ecco qua i libri &#8230;”</em> le dico estraendo dalla borsa un plico di fotocopie.</p>
<p>“<em>Beh, grazie mille! Sei proprio gentile!”</em></p>
<p><em> “Cara, non dirmi così altrimenti mi emoziono!” </em><span>(ecco ci risiamo andiamoci piano)</span></p>
<p><em> “Per così poco? Mi fai pensare male, con questa FRETTA sempre e comunque. Ascolta, Federico, non prendermi troppo sul serio, ma mi dovrei proprio rilassare ora. L&#8217;esame è tra poco, ma in fondo un ape con un AMICO me lo posso anche concedere dopo tutte queste ore di studio, no?”</em></p>
<p>Amico un corno. Le ragazze usano questa parola come un&#8217;arma. Lo so, la sola pronuncia dovrebbe abbattermi in tempi di pace, ma ora che siamo in guerra non mi sfiora nemmeno. Sono concentrato sull&#8217;obiettivo, sono carico, ho lavorato su questa faccenda due settimane cercando di preparare il terreno e ora sono qui e accidenti, anche io voglio godermela.</p>
<p><em> “Nemmeno a me va di parlare dell&#8217;esame, parlami di te e rilassati, Rebecca. Questa sera ci sbronziamo e non ci pensiamo più. Anche io ho seimila cose da lasciare alle spalle, sai, pensieri di piombo, e qui mi pare ci sia la musica giusta, la birra giusta e il mood giusto per divertirsi, no?”</em> (questa volta l&#8217;ho lanciata più morbida, rischiosa ma studiata.</p>
<p>Sicuro che abbocca.</p>
<p><em> “Ma si, dai. Che sia una gran sera! Alla faccia degli esami e di chi ci vuole male” </em><span>brinda lei.</span></p>
<p><em> “Gli esami non finiscono mai!”</em> Affermo schioccando la bottiglia da 33cl contro la sua, ridendo di gusto, cercando di fomentare il clima positivo che si sta creando.</p>
<p><em> “Scemotto!</em>” Sussurra Rebecca.</p>
<p><em> “Un brindisi agli scemotti, allora!”</em> ribatto io per farla ridere.</p>
<p>Ok ci siamo. L&#8217;uso del vezzeggiativo. Questo si che è UN BUON SEGNO. Noto con un certo stupore che la sua Heineken è già <em>kaputt</em> e sorrido dentro pensando alla seconda, alla terza, alla quarta.</p>
<p>***</p>
<p>Temo che si sia andati ben oltre alla quarta birra. La serata sta andando alla grandissima, c&#8217;è feeling con Rebecca. Non ho mai amato così tanto il deejay del Totem come stasera. Mi sforna, nell&#8217;ordine: <em>“Time for heroes”</em> di Libertines, <em>“When I come around”</em> dei Greenday”, <em>“Self Esteem”</em> degli Offspring, qualcosa degli Stones (<em>“Paint it Black”</em>) e spinge duro con il grunge di Seattle. Gioco in casa: birra, una bella figa e musica alternativa. Sono spigliato e affascinante come non mai. Parliamo di uni e di amici comuni, lei parla del suo paese e mi racconta anche di un paio di sbronze leggendarie prese al mare anni fa. Quando ride io non capisco più niente. Io rispondo sfoderando tutte le storie migliori della mia vita senza cadere in quelle vere ma difficilissime da dimostrare (rischiano di farmi passare per un banfone). Tutto attorno è come lucido e di fronte a me vedo solo quei DENTI bianchissimi e quelle labbra GRASSE. È possibile innamorarsi dei particolari? Decido di provare a SPINGERE un po&#8217; sull&#8217;acceleratore.</p>
<p><em>“Sai, hai dei DENTI straordinari. No, Davvero, mai visti DENTI del genere. Sei l&#8217;emblema dell&#8217;igiene orale mondiale!”</em></p>
<p><em> “Beh, caro il mio Fede” </em><span>mi fa lei, </span><em>“non sarai mica un po&#8217; troppo fissato con i particolari?”</em></p>
<p>Colpita, affondata.</p>
<p>“<em>Rebecca, Dio sta nei particolari,” Le dico io.</em></p>
<p> La prendo in giro un paio di volte per il suo marcato accento del sud, al che iniziamo a parlare di politica e di Lega Nord giungendo alla conclusione che entrambi siamo dalla stessa parte e che dunque non c&#8217;è nulla di cui preoccuparsi. Continuiamo a bere birra e la sua barriera psicologica che le impediva di aprirsi completamente lentamente si scioglie come cera.</p>
<p><em> “Sai, non prendermi sul serio, ma fuori dall&#8217;ambiente di studio sei un&#8217;altra persona”</em></p>
<p><em> “&#8230; Meglio o peggio?” </em><span><span>risponde Rebecca in maniera più che prevedibile.</span></span></p>
<p><em>“DECISAMENTE MEGLIO! Sai, pensavo te la menassi un po&#8217;. O meglio, che non fossi così simpatica!”</em></p>
<p><em> “Idem io. Alla festa del Ludo mi sembravi il solito avvoltoio milanese chiacchierone e anche un po&#8217; polentone, un lupo vanesio alla ricerca continua di prede da ammaliare, di pecorelle smarrite venute del sud. Invece dai, anche tu non sei così male”.</em></p>
<p>Ci siamo, le prendo la mano sinistra con la mia destra e inizio a giocare con il suo palmo, continuando a parlare, in un gioco psicologico duro ma necessario. Calma piatta. In certi casi, se non accade nulla, è un gran bel segno. Ora c&#8217;è il contatto, ora siamo INTIMI. La mano è umida e la cosa inizia a farsi veramente eccitante mentre disegno figure astratte con l&#8217;indice sulla sua pelle.</p>
<p><span> Tasso alcolico giusto, appena prima del troppo. I miei occhi sono stampati sui suoi, ci dividono soltanto dieci centimetri di desiderio, inizio a sentire il sapore caldo espirato dalle sue labbra. Ho un&#8217;erezione. Gli occhi sono fissi gli uni negli altri mentre le casse pompano il riff iniziale di “</span><em>Reptilia</em><span>” degli Strokes. Sono talmente vicino che non vedo più né i suoi DENTI, né le sue LABBRA GRASSE. Anche se non le sto baciando, è come se fossi già dentro quella bocca bagnata. Tengo alta la discussione e l&#8217;alimento con frasi ad effetto. Mi sento Dio.</span></p>
<p>La concentrazione è massima, mi isolo dalla musica per corteggiarla con ancor più attenzione, quando improvvisamente, proprio mentre si parlava di baci, vengo assalito da un fulmineo stato d&#8217;ansia. Non capisco cosa mi sta accadendo, mi spavento. Lei se ne accorge. Sono fottuto. Sudo freddo e la mia parlantina inizia a zoppicare. Con una scusa qualsiasi schizzo in bagno. In fondo a destra trovo una toilette libera e mi ci ficco dentro di corsa, come se in questo cesso ci fosse la risposta a tutte le mie domande. Chiudo la porta, dentro il bagno sento solo i bassi compressi della musica che stanno sparando là fuori.</p>
<p>Mi fisso allo specchio per qualche secondo, fino a quando non inizio a ridere istericamente. Rido sino a piangere. Sento come un pugno, dieci pugni allo stomaco. Mi siedo sulla tazza del cesso e disperato mi accendo una Merit. Rialzandomi inciampo ma riesco ad appoggiarmi al lavandino. Lo specchio non mente, tutto quello che credevo di aver visto è reale. Strizzo gli occhi ma nulla cambia. Di nuovo così, non è possibile, mi sale l&#8217;odio e tiro un calcio alla porta che trema per alcuni secondi.</p>
<p>Ho indosso ancora quella fottuta POLO VERDE PISELLO. Sotto le luci al neon del bagno sembra ancor di più VERDE PISELLO. Ho un mezzo conato e butto la testa nel cesso, ma non viene su un cazzo. Sudo freddo e mi tremano le mani. Mi manca l&#8217;aria, e il fumo della Merit mi nausea. Gli occhi sono pieni di lacrime. La sbronza gira male. Non me la sento di continuare. Mi sciacquo il viso sotto l&#8217;acqua gelida, invento al volo una scusa, lascio cinquanta euro sul tavolo dove io e Rebecca eravamo seduti e, senza farmi vedere da nessuno, torno a casa pieno di vergogna. </p>
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		<title>Non aveva mai visto il mare</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 14:25:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non aveva mai visto il mare, eppure lo poteva sfiorare con l’immaginazione, immergervisi dentro come un pesce e nuotarvici come un giovane delfino. Tutto questo accadeva nella vasca da bagno il mercoledì, giorno di pulizia, di ristoro e di faccende domestiche. La scuola andava e non andava, l’insegnante gli aveva annunciato la mattina stessa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>Non aveva mai visto il mare, eppure lo poteva sfiorare con l’immaginazione, immergervisi dentro come un pesce e nuotarvici come un giovane delfino. Tutto questo accadeva nella vasca da bagno il mercoledì, giorno di pulizia, di ristoro e di faccende domestiche.</p>
<p>La scuola andava e non andava, l’insegnante gli aveva annunciato la mattina stessa che il giorno seguente si sarebbe svolto il tema. <em>“Un momento importante della tua vita”</em>, voleva il titolo. Fu così che riprese dopo anni, forse secoli dallo scaffale quel tomo (a lui pareva immenso, in realtà erano meno di centocinquanta pagine) e prese a sfogliarlo. Era “<em>La ricerca dell’Assoluto”</em> di Balzac. Aveva ancora i capelli umidi del bagno, ed uno spiffero disturbava la sua nuca come sottili dardi di ghiaccio, mentre rileggeva le parti sottolineate chissà quanto tempo fa da chissà chi.</p>
<p>Socchiuse la finestra, l’inverno parigino era oramai alle porte, e non mancava di bussare insistentemente al calare del sole.</p>
<p>Resta il fatto che il tema andò davvero male. Era l’ultima <em>chance</em>, prima del termine del semestre, annunciò la settimana prima la maestra. I genitori non la presero bene. Lui giurò di non aver copiato quella frasona altisonante con cui concluse il testo, ma nessuno gli credette.</p>
<p>Aveva anche beccato sua madre baciare un altro, un tipo alto e baffuto, un giorno che aveva bigiato, e la cosa lo scosse un po&#8217;. Fu così che iniziò a diventare un problema. E più diventava un problema, ’sto ragazzino, più faceva il problematico. Sempre in castigo dietro alla lavagna, insomma. Iniziò a rubacchiare qua e là, anziché presentarsi a lezione. Sognava di scappare con i soldi della ricettazione.</p>
<p>Finì in riformatorio.</p>
<p>Prese diversi sberloni, e le visite erano molto rare. La psicologa gli rivolse numerose domande sulla sua attività sessuale. Tutto questo lo mise in estremo imbarazzo.</p>
<p>Un pomeriggio prese la sua decisione. Durante una partitella al campo dell’istituto, sgattaiolò sotto la rete e iniziò a correre. Sapeva di essere seguito, tallonato, ma a lui non importava. Corse fintanto che la forza delle gambe non venne meno, quando la sua meta fu raggiunta.</p>
<p>Aveva, per la prima volta nella sua giovane vita, raggiunto il mare.</p>
<p>Lo mirò, da vicino, per un istante che parve infinito.</p>
<p>Si girò poi con orgoglio verso i suoi aguzzini, ed in silenzio pianse.</p>
<p>-</p>
<p><strong>Testo liberamente ispirato a “Les quatre-cents coups” di François Truffaut. Francia 1959</strong></p>
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		<title>Lavorava fino a tardi, quella sera</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 14:21:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lavorava fino a tardi, quella sera. Aveva bisogno di quattrini e si concedeva estenuanti straordinari in quel fast-food che pensava sarebbe stata la sua tomba. Nell’ombra dell’ 1:34 la testa era china sull’asfalto, i pensieri gironzolavano altrove. I passi verso la fermata scandivano i secondi. Progetti, mille progetti, la maggior parte irrealizzabile. Voleva fare l’artista, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lavorava fino a tardi, quella sera. Aveva bisogno di quattrini e si concedeva estenuanti straordinari in quel fast-food che pensava sarebbe stata la sua tomba. Nell’ombra dell’ 1:34 la testa era china sull’asfalto, i pensieri gironzolavano altrove. I passi verso la fermata scandivano i secondi. Progetti, mille progetti, la maggior parte irrealizzabile. Voleva fare l’artista, lui. Ma senza soldi <em>non si canta la messa</em>, senza soldi non vivi.</p>
<p>Poi c’era la crisi.</p>
<p>Una folta schiera di neo-laureati stipati in call-center, ristoranti e centri commerciali. <em>“Dovremmo ribellarci”</em>, pensava.</p>
<p>La sostitutiva tardava a passare.</p>
<p>Il freddo iniziava a farsi sentire, dalle mani alle orecchie, al naso. Sulle lenti degli occhiali qualche goccia di pioggia comprometteva la visuale. Il pacchetto di Merit indica il livello di emergenza, quota due. Si accende la penultima sigaretta del mazzo, decide di farlo.</p>
<p>Prende coraggio, chiude gli occhi, apre lo zaino e si lancia in una folle corsa verso l’ignoto. Immagini veloci scandiscono il passato, il presente, il futuro. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per dormire. Bisogna agire. Idee sconnesse che avranno valore in un altro momento, in un altro istante, in un altra realtà. Le parole sono urlate da un individuo invisibile dritte all’orecchio con sconcertante chiarezza, illuminante fervore.</p>
<p>Solo la luce degli abbaglianti lo risveglia da quell’esperienza così totalizzante.</p>
<p>La sostitutiva che lo porterà a casa è arrivata. Chiude il libro, timbra, e si risveglia al lavoro.</p>
</p>
<p>Di nuovo.</p>
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		<title>Lo spazzolino da denti</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 14:20:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un fantasma, o qualcosa del genere, che si lava i denti con il MIO spazzolino tutte le sere. Io arrivo in bagno, e trovo lo spazzolino bagnato fradicio e il dentifricio spalmato malamente sul lavandino, proprio a tocchi. Si vede che questo fantasma lo fa cadere. Questo maledetto. A me fa schifo l&#8217;idea di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un fantasma, o qualcosa del genere, che si lava i denti con il MIO spazzolino tutte le sere. Io arrivo in bagno, e trovo lo spazzolino bagnato fradicio e il dentifricio spalmato malamente sul lavandino, proprio a tocchi. Si vede che questo fantasma lo fa cadere.</p>
<p>Questo maledetto.</p>
<p>A me fa schifo l&#8217;idea di lavarmi i denti con uno spazzolino usato dagli altri. Usato da un fantasma. Sono già tre settimane che capita questa cosa. Non so cosa fare. Sono un po&#8217; spaventato. Non che abbia il terrore, ma sai. Insomma voi come vi comportereste? Ho provato ad analizzare ben bene lo spazzolino bagnato. Non mostra segni particolari, è solo umido e spelacchiato, come uno spazzolino da denti appena utilizzato. Capita tutte le sere verso mezzanotte, che me ne accorgo e mi incazzo come una bestia. Dopo essermene accorto, ho iniziato a lavarmi i denti con lo spazzolino di mia madre.</p>
<p>Io ho quindici anni, e mi chiamo Nicola. Abito in un bilocale vicino al centro di Milano, in Via della Moscova. In Brera, capito no? Dove passa la verde.</p>
<p>Abito con mia madre.</p>
<p>Il ventiduesimo giorno mi sono girati i coglioni a elica, perché oltre che lo spazzolino da denti bagnato, oltre al dentifricio spappolato sul lavandino, ho anche trovato il cesso pisciato fuori.</p>
<p>Abito con mia madre e mia madre non può pisciare fuori, eh no.</p>
<p>C&#8217;è qualcuno, uno spirito, che si lava i denti con il mio spazzolino, che sporca il lavandino e piscia il cesso.</p>
<p>Che noia.</p>
<p>Che fastidio.</p>
<p>Io non so più cosa fare.</p>
<p>Il cesso è Richard Ginori. Anche i cessi delle elementari erano Richard Ginori. Anche il <em>bidet</em> è Richard Ginori. Quando ho accompagnato mia madre a votare l&#8217;anno scorso alla mia vecchia scuola sono andato in bagno e i cessi mi sembravano quelli dei nani. Erano micro.</p>
<p>Micropiccoli.</p>
<p>Minuscoli!</p>
<p>Allora ho pensato: dio sto diventando proprio un vecchio.</p>
<p>Allora sai cosa ho fatto? Ho pisciato nel lavandino, che era ad un&#8217;altezza più accessibile. Nessuno mi ha visto e io mi sono sentito un punk a pisciare nel lavandino dei cessi delle elementari. Mi sono sentito come importante. Come il capo della scuola che non sono mai stato. A scuola c&#8217;erano i capi che avevano la nostra età ma venivano da famiglie disastrate e ci picchiavano sempre.</p>
<p>Loro erano mafiosi.</p>
<p>A me non feriva tanto l&#8217;essere picchiato, quanto l&#8217;essere preso in giro davanti a tutti. 	Mi pigliavano sempre in giro perché mia madre mi metteva LE BRETELLE. LE BRETELLE mi hanno rovinato la vita quando ero alle elementari. Una volta a Fede hanno rotto un braccio perché aveva le scarpe di Barbie. Ora, voglio dire, le scarpe di Barbie! Un bambino non può mettersi le scarpe di Barbie. Fede se l&#8217;è meritato, quel gesso al braccio. Io no, perché le bretelle mica erano da femmina, le scarpe di Barbie si.</p>
<p>Una volta all&#8217;intervallo alle elementari abbiamo iniziato a sputarci i faccia. Le maestre si sono incazzate come quando si sono accorte che facevamo le sporcacciate sotto il banco.</p>
<p>Bei tempi quelli.</p>
<p>Alle elementari non pisciavo nel lavandino perché anche volendo non ci sarei arrivato. Ora ci arrivo.</p>
<p>Dio sto diventando proprio un vecchio.</p>
<p>L&#8217;altra sera sono andato a casa di Pietro che abita da me al secondo piano e abbiamo visto un porno. Era un porno che iniziava con una tipa che CASUALMENTE rimaneva sola in casa perché il marito doveva andare via per lavoro come un mese. Così lei era tutta sola a casa, e non sapendo cosa fare (perché lei non lavorava, era una casalinga) inizia a sditalinarsi pensando a non so cosa. Però in quel momento arriva il tipo del gas per un controllo e dalla finestra vede questa GRAN FIGA (di trent&#8217;anni) toccarsi voracemente la sua cosina rasata. Salta anche fuori un vibro. Insomma sto tipo del gas tira fuori l&#8217;uccello da dietro la finestra (senza farsi vedere) e si inizia a segare. Lei lo vede ma non dice niente. Poi scopano come due pazzi.</p>
<p>Abbiamo bevuto due birre e fumato dieci sigarette in due (speriamo che mia madre non se ne accorga). Il porno era del padre di Pietro.</p>
<p>La cosa che mi manda in trip è pensare che quando vedo un film porno con diciamo due protagonisti, alla fine sono sempre in di più perché c&#8217;è sempre il regista. Secondo me per girare i film porno dovrebbero mettere delle telecamere nella stanza e uscire tutti tranne chi deve fare quelle cose lì, così li lasciano in pace. Le pornostar si sentono osservate allora fingono. Ecco, se penso a sta cosa mi viene male. È come scopare con uno che ti guarda di fianco. La telecamera è un occhio e ti guarda. Anche se non sono mai andato a letto con una (anzi si ma non abbiamo fatto quella cosa lì), mi darebbe fastidio. Forse gli attori porno guadagnano tanti soldi perché sono bravi a mascherare proprio questa cosa dell&#8217;essere osservati.</p>
<p>Quando abbiamo finito col porno sono tornato a casa. Il fantasma non si era ancora lavato i denti, così ho preso lo spazzolino (marca Mentadent), l&#8217;ho inumidito sotto l&#8217;acqua e l&#8217;ho intinto in un barattolo quasi pieno di veleno per topi (è una polvere color ruggine, ha un odore forte e sporca le mani come la paprika). Voglio vedere chi la scampa, stavolta.</p>
<p>Hanno trovato mio nonno Patrizio morto sul cesso mentre cagava.</p>
<p>Si era appena lavato i denti.</p>
<p>Cristo ho ucciso mio nonno.</p>
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		<title>L&#8217;hamburger nel freezer</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 14:20:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono le 23:48. Mi alzo dalla sedia riavvio il pc mi dirigo in cucina entro nel freezer e cerco un ghiacciolo. Ne trovo uno al gusto hamburger. È rotondo con lo stecco di legno. Sembra una girella ma è un hamburger. Fa freddo qua dentro. Esco dal freezer e lo assaporo davanti al televisore guardando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono le 23:48. Mi alzo dalla sedia riavvio il pc mi dirigo in cucina entro nel freezer e cerco un ghiacciolo. Ne trovo uno al gusto hamburger. È rotondo con lo stecco di legno.</p>
<p>Sembra una girella ma è un hamburger.</p>
<p>Fa freddo qua dentro.</p>
<p>Esco dal freezer e lo assaporo davanti al televisore guardando uno show di Beppe Grillo del 1981. Fa delle battute strane, non rido fintanto che non ne tira fuori una sui tassisti americani. I tassisti americani hanno tutti la foto della prima comunione in macchina, dice.</p>
<p>Questo ghiacciolo non è male. In realtà pensavo di trovare un Calippo ma nella caverna ghiacciata ho trovato solo questo. Il resto erano peperonate e sughi. Difficile da leccare, visto che non hanno lo stecco.</p>
<p>Lo stecco è fondamentale alla nutrizione umana. È quello che ci distingue dagli animali. Gli animali mangiano senza lo stecco, con le zampe e con le fauci. Se dai un ghiacciolo ad un cane mica lo afferra dallo stecco. Lo mangia da per terra è ovvio. L’uomo crea artefatti complessi ed è per questo che ha un cervello sviluppato (e viceversa).</p>
<p>Un’opera manuale volta all’utilizzo utile volto a semplificare le circostanze ostili è un artefatto.</p>
<p>Un artefatto può essere molto semplice, ad esempio una ruota. La ruota ha cambiato la storia dell’umanità. Prima della ruota i mestieri rurali erano difficili da compiere, come gli spostamenti terrestri e le gare automobilistiche. Le idee semplici spesso sono le migliori. Perché il ghiacciolo che sto gustando (mi fa male un dente, è troppo freddo) è come se fosse una ruota.</p>
<p>Ha la forma di rotondo. Immagino il primo uomo che ha disegnato un rotondo. Penso alla faccia che ha fatto. Il rotondo è una figura perfetta, ma nel mio caso è ancora più perfetta perché ci hanno inserito uno stecco. Dio che invenzione.</p>
<p>Volevo il Calippo perché mi ricorda quando ero bambino. In realtà ce n’era uno, in freezer. Ma non l’ho preso perché solo a vederlo mi è venuto in mente quella volta che a cinque anni al parco Trotter ho premuto troppo forte la confezione ed è caduto in terra. Cercai di recuperarlo, ma era pieno di formiche. Per la prima volta vidi come era fatto un Calippo da dentro.</p>
<p>Voi avete mai visto un Calippo dal didentro? Ci rimani male.</p>
<p>Il packaging è importante per il prodotto, e io l’ho scoperto a cinque anni.</p>
<p> Forse è per questo che ho fatto lo IULM.</p>
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		<title>La telefonata</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 14:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Riprendo in mano il telefono e cerco il suo nome in rubrica. So che non dovrei chiamarla ma sento che devo farlo. Non può essere sempre così. Ogni volta, la stessa storia. E ora che ho ventitré anni, è ora di dire basta. Penso che sia la mia principessa e poi alla festa della scuola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Riprendo in mano il telefono e cerco il suo nome in rubrica. So che non dovrei chiamarla ma sento che devo farlo. Non può essere sempre così. Ogni volta, la stessa storia. E ora che ho ventitré anni, è ora di dire basta. Penso che sia la mia principessa e poi alla festa della scuola limona col trombettista della band.</p>
<p>Accade sempre.</p>
<p>Devo iniziare a suonare.</p>
<p>Vorrei essere sul palco, non sotto. Lui mi guarda e ride. Odio chi suona, come odio i bagnini, gli animatori e i maestri di sci. Sopra il palco ti elevi. Sotto il palco, sei una <em>groupie</em>. Più vicino stai, più loro lo sentono, e godono.</p>
<p>Sotto il palco mi sento un gay.</p>
<p>Loro lo sentono.</p>
<p>Invece mi trovo qui, ad una festa in cui non mi sto divertendo, cercando il suo nome in rubrica. Il numero lo so a memoria ma questa volta è importante.</p>
<p>Non posso sbagliare.</p>
<p>“Passato o futuro?”, chiedo a bruciapelo a Benny. “Passato”, mi dice lui. E allora vai.</p>
<p>Ma cosa le dirò poi? Improvviso, come al solito. Entra in stanza un punk rasta, si accascia per terra. Vomita. Qualcuno mi chiama dal salotto, non rispondo. Chiamano anche lui.</p>
<p>Devo concentrarmi. Lo farò, è deciso. Il punk puzza di bagnato, è a petto nudo e non dà segni di vita. Lo prenderei a calci.</p>
<p>“<em>Allora Benny, vado?</em>”</p>
<p>“<em>Vai</em>”. Zerodueseidiecidodici …</p>
<p><em> “Tuuuuuuuu. Tuuuuuuuu”. </em></p>
<p>Riaggancio.</p>
<p>Mi sento come se mi avessero trafitto il fegato con uno spadino da spiedo. Ho la nausea. Il suo profumo è nell’aria. Lo posso respirare, ma mi fa schifo. Quel profumo mi inebriava fino a ieri. Qua dentro fa un caldo cane, il proprietario della casa è collassato mezzora fa in bagno. Io l’ho aiutato a svomare. È un mio amico e so che l’avrebbe fatto anche lui per me. Riprendo in mano la cornetta. La testa mi esplode, l’Aperol è assassino. È dolce e fresco, di un rosso rubino che ammalia. Ne berrei a litri. Io l’ho quasi finito da solo, ma era della mamma del proprietario. In cucina un pirla mette su un bollitore elettrico sui fornelli. La puzza si sente fin qua.</p>
<p> Sono le ventitrè e cinquanta.</p>
<p>Unduetrè.</p>
<p>Vado.</p>
<p><em> “Tuuuuuuuuuu. Tuuuuuuuuuuuuuuu”</em></p>
<p><em> “Pronto?”</em><br /> Tentenno.<br /><em>“Pronto? Chi è! Pronto?”</em></p>
<p><em></em><span><em>“…”</em></span></p>
<p><em><br /> “Signora, sua figlia è proprio una gran troia”</em></p>
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		<title>Finiva sempre così, il mio intervallo. 
Morivo soffritto in una padella di gelosia e rancore.</title>
		<link>http://www.webstudio22.com/emanuelebarboni/2010/08/alessia-ha-fatto-una-sega-in-bagno-a-davidino/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 18:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Alessia ha fatto una sega in bagno a Davidino</p>
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		<item>
		<title>Ti ricordi di quella volta che ci hanno portato in questura?
Hai preso le Rizla lunghe e ne hai fatto un aeroplanino.</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 14:18:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cosa sono quelle&#8221; &#8220;Bah, con queste mi ci soffio il naso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa sono quelle&#8221; <br />
&#8220;Bah, con queste mi ci soffio il naso</p>
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		<title>La tipa col collo lungo dell&#8217;uni</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 19:20:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è una bionda che viene in chiostro in biga. Al Ludo piace da morire. È una tipa stranissima. Sembra che, appena nata, l’abbiano lasciata appesa con delle mollette e dei pesi ad uno stendipanni per circa sei mesi. Ha un viso angelico e una folta chioma bionda, ma è lunghissima. Per lunghissima intendo, lunghissima. Estesa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una bionda che viene in chiostro in biga. Al Ludo piace da morire. È una tipa stranissima. Sembra che, appena nata, l’abbiano lasciata appesa con delle mollette e dei pesi ad uno stendipanni per circa sei mesi. Ha un viso angelico e una folta chioma bionda, ma è lunghissima. Per lunghissima intendo, lunghissima. Estesa. Sembra un Modigliani. Insomma Ludo ha perso la testa per questa qua. Quando arriva in uni, tutti si girano, ma non capisco se per la sua lunghezza o per la sua bellezza. Perché è strana o perché è bella. Una volta me la sono trovata quasi di fronte in biblio. Lei studia al triennio ma non so cosa. Probabilmente filosofia. Lo deduco dal fatto che le tipe carine di solito studiano cose comuni, le superfighe filosofia. Ero con Samuel, che mi ha detto <em>“quella sai che lavoretti che ti fa”</em>. Tutto questo mi lasciò perplesso.</p>
<p>Mi chiedo ancora se qualcuno l’ha mai anche solo sfiorata. Bella è bella. Ma è super lunga. Non alta. Lunga. Ha il collo lungo le gambe lunghe il naso lungo i capelli lunghi le braccia lunghe. Non ha tette. Il sellino della sua biga è più o meno all’altezza di due metri. Per scendere lei non ha problemi. Veste sempre con vestitini semplici, bianchi con ghirlande e fiorellini. Indossa spesso un cerchietto per tenere indietro quella miliardata di capelli.</p>
<p>Ludo mi ha detto che l’ha beccata una volta in Colonne. O meglio, ha visto la sua biga parcheggiata. È verde con dei fiorellini gialli disegnati con l’UniPosca. Così – mi ha detto &#8211; ha aspettato che tornasse. Lei è scesa da un portone, che forse era casa sua. Ludo sostiene che lei abiti dove una volta c’era la Colonna Infame della peste manzoniana. Io gli ho detto di non dire cazzate. Poi però mi ha fatto vedere la targa che c’è in Colonne e mi sono ricreduto. Le Colonne non sono più quelle di una volta. Insomma, questa tipa è davvero una tipa strana. Non penso abbia amici.</p>
<p>Ludo ha deciso di scriverle una lettera. Per farla sentire a suo agio, l’ha scritta a caratteri lunghi. In un foglio A4 ci sono state solo tre righe, ma il concetto passava. Me l’ha fatta leggere, prima di lasciarla nella casella della posta della tipa con il collo lungo e tutto lungo.</p>
<p>Diceva: <em>“mi piace il fatto che tu sia lunga, e che vai in giro in bici. Hai del senso civico. Complimenti. Ti andrebbe di bere un long drink?</em>”. Ludo puntava molto sulla battuta “long” drink.</p>
<p>Io gli dissi che era ok.</p>
<p>Non so che fine abbia fatto quella lettera, e nemmeno la tipa dal collo lungo. È arrivato l’inverno e probabilmente Milano era troppo fredda per girare in biga.</p>
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		<title>Radersi è la manifestazione quotidiana della nostra sconfitta</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 15:04:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Era un poco infastidito da una zanzara mentre spalmava l’Allume di Rocca sulla sua pelle appena rasata e piena zeppa di tagli all’altezza del mento. Non si vedevano, le ferite, ma bruciavano terribilmente. Pensava, pensava che odiava fare quel mestiere tutte le settimane, odiava l’Allume che bruciava le ferite, il rasoio che non era mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era un poco infastidito da una zanzara mentre spalmava l’Allume di<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Allume_di_rocca"> </a>Rocca sulla sua pelle appena rasata e piena zeppa di tagli all’altezza del mento. Non si vedevano, le ferite, ma bruciavano terribilmente.</p>
<p>Pensava, pensava che odiava fare quel mestiere tutte le settimane, odiava l’Allume che bruciava le ferite, il rasoio che non era mai in perfetto stato e graffiava la pelle senza sorvolare sulle sue imperfezioni. Odiava la sigaretta che si inzuppava di acqua e schiuma da barba, ed il freddo che dalla finestra si insinuava sino al suo corpo nudo, provocandogli una sensazione di malessere.</p>
<p>L’acqua della vasca da bagno lo riportava all’infanzia, caldissima e in continua caduta, lo rendeva bambino. Come una metafora, la vasca d’acqua calda era l’utero materno e il gelo della finestra aperta il mondo dei grandi. Non aveva voglia di crescere, non era un motivo sufficiente per continuare a sperare.</p>
<p>Immergeva il capo all’indietro e tratteneva il respiro qualche minuto, fino ad esplodere. Questa condizione catatonica era ideale per uno come lui, che non ne voleva uscire, non desiderava altro che tornare nel grembo materno. Al termine del lavaggio si tuffava sul letto coperto solo da un accappatoio, e dormiva. Gli ricordava, forse, quando sua madre faceva la stessa cosa i primi anni della sua infanzia. Quelli perduti.</p>
<p>Per questo radersi, ancora una volta, lo riportava alla condizione di inadatto, disagiato che è messo in condizione di compiere atti e operazioni che non gli appartengono.</p>
<p>Radersi significa crescere. Crescere significa, almeno un pò, abbandonare la propria essenza a favore di una illusoria, materiale, perversa.</p>
<p>Radersi è la manifestazione quotidiana che il nostro essere bambini ha lasciato spazio al nostro essere adulti.</p>
<p>Radersi è la manifestazione quotidiana della nostra sconfitta.</p>
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		<title>Voci celestiali</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 15:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Ipod spara nelle cuffie “First date” dei Blink 182 mentre la metropolitana viaggia veloce direzione Duomo. È ora di cena e al mio fianco è seduto un pakistano che puzza di aglio che sostiene malvolentieri un buon numero di latte di birra all&#8217;interno di un sacchetto giallo della spesa. Le fermate scorrono veloci, da Rovereto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Ipod spara nelle cuffie “First date” dei Blink 182 mentre la metropolitana viaggia veloce direzione Duomo. È ora di cena e al mio fianco è seduto un pakistano che puzza di aglio che sostiene malvolentieri un buon numero di latte di birra all&#8217;interno di un sacchetto giallo della spesa. Le fermate scorrono veloci, da Rovereto sono solo sette e mi rammarico pensando che tra poco dovrò scendere e spegnere la musica.</p>
<p>È stata una giornata pessima, oggi.</p>
<p>Caldo soffocante in una Milano che ci massacra di lavoro così, senza alcuna pietà. 	Non vedo Elmo da qualche settimana. Prima ci vedevamo più spesso, ma ora ha avuto dei casini con la sua ex e suo padre ha avuto un malore, così è dovuto scendere giù al suo paese per qualche giorno. Lo vedo di fronte a Mondadori, mentre lo saluto sento il cellulare che vibra e che mi ricorda del mio ritardo. Il messaggio è suo, l&#8217;aveva appena spedito prima di intravedere la mia capigliatura bionda e la mia corporatura minuta farsi largo in mezzo alla moltitudine di maledetti piccioni che popolano la piazza.</p>
<p>I piccioni sono animali inutili e andrebbero eliminati. Portano le malattie. Poi nascono e muoiono così, senza crescere. Nel senso&#8230; Avete mai visto un piccione appena nato? Io no. I piccioni sono antipatici. Da ragazzo quando facevo le vasche in Duomo con gli amici fantasticavo sul fatto di avere un lanciafiamme in stile Doom 3D e fare una strage di innocenti piccioni. I piccioni ti guardano e ti mettono a disagio. Sono creature malvagie e d&#8217;estate impazziscono e si suicidano sotto le macchine. Attraversano senza volare, così per dire, a piedi, e la gente li stira. Una volta con Leo abbiamo  tirato sotto un piccione che si voleva suicidare con la Classe A. Un po&#8217; mi è dispiaciuto ma adesso so che è stata una scelta sua. I piccioni muoiono di caldo.</p>
<p>Saluto Elmo con amicizia sincera e, come da programma, giriamo il passo direzione Via Torino: facciamo sempre questa strada, è oramai quasi un&#8217;abitudine passare di fronte alla Fnac, al Billa, al Mc Donald&#8217;s eccetra direzione Colonne di San Lorenzo. In un certo senso, quando cammino in questa strada, sento Milano un po&#8217; più mia. Milano è la mia città ed è giusto che io la ami, ma certe volte mi sta proprio qui. Troppo smog, troppa puzza sui mezzi, troppo ignoranza, troppi extracomunitari tutti insieme. Prezzi troppo alti affitti troppo alti. Però a volte la amo. La amo quando intravedo quel vicolo stretto e buio, da racconto dell&#8217;orrore, sulla parte sinistra a metà di Via Torino, che mi ricorda tanto una Parigi d&#8217;altri tempi. O quando la mattina prima di prendere il tram per andare al lavoro fisso qualche secondo, di sfuggita, il Duomo. Si, in quei momenti amo moltissimo la mia città.</p>
<p><span>***</span></p>
<p>Con Elmo chiacchiero del più e del meno. Spesso mi racconta storie ad effetto che di effetto hanno ben poco, ma c&#8217;è da capirlo: è un bel cinque sei anni più giovane di me, forse vuole un po&#8217; di attenzioni che ne so. Comunque ci areniamo su un discorso senza uscita sull&#8217;amore mentre siamo da Mc Donald&#8217;s. Lui sostiene che vuole essere un  padre giovane, ed io no. Sostengo la mia contrarietà al matrimonio, visto come una promessa ipocrita di fedeltà ed amore eterno di fronte a Dio, qualunque sia il tuo Dio, ma lui non vuole saperne di cambiare idea così lasciamo perdere. Dal cesso esce Petra, la trovo dimagrita. È stata a letto un mese perché ha avuto la mononucleosi. La cosa fa abbastanza ridere Elmo, quando gliela racconto a bassa voce una volta che la ragazza si è allontanata in compagnia della sua amica.</p>
<p>Ora siamo dal birraio che vende le birre in bottiglia, quello delle Colonne.</p>
<p>C&#8217;è un bel po&#8217; di gente in giro, e sono solo le otto e quarantacinque. Il caldo inizia a darci tregua mentre brindiamo con una Bud con limone io e una Tennent&#8217;s lui. A me le doppio malto fanno schifo, sanno di vomito. Preferisco le birre leggere, bionde, il massimo che mi concedo è una Ceres che mi ricorda tanto le prime sbronze al lago coi tedeschi. Probabilmente mi piace la Ceres perché quando la stappi l&#8217;alluminio colorato di bianco resta tutto sbrindellato e accarezza le tue labbra quando inizi a berla a canna.</p>
<p>Ha un gran bel packaging.</p>
<p>Siamo tutti vittime del marketing.</p>
<p>Poi dal birraio delle Colonne puoi prendere quante fettine di limone vuoi perché c&#8217;è un barattolo sul bancone pieno di fettine, ed è self-service. A me che piace un casino il limone nella birra va alla grande. Una volta ne ho messi quattro nel bicchiere di birra. Si, perché dopo le ventuno sono costretti a metterti la birra nel bicchiere di plastica altrimenti le Colonne diventano una fogna a cielo aperto piena di cocci. I cocci sono molto pericolosi se vai in Colonne in infradito. Bene, qualche anno fa era proprio un casino questo dei cocci, perciò ora dobbiamo sorbirci la birra nel bicchiere di plastica. Hai mai provato a bere una Corona in un bicchiere di plastica? Perde tutto il suo fascino.</p>
<p>Siamo tutti vittime del marketing, anche nei momenti più intimi, come può essere il bersi una birra in Colonne un giovedì sera di un giugno qualsiasi.</p>
<p>Non facciamo a tempo a fare cinquecento metri che siamo di nuovo in fila per la terza birra della serata. Infatti da Mc Donald&#8217;s ho preso il menù Crispy Mc Bacon con la birra perché la cassiera mi ha detto che costava dieci o venti centesimi in più, e io non potevo farmi sfuggire questa occasione mega. In compenso ho preso sette salse. Due ketchup, due mayo, una al curry e una barbecue. La cosa divertente è che non hanno dei sapori ben definiti, queste salse. C&#8217;è scritto maionese ma sa di tartara e così via. Non le ho finite e ho regalato un ketchup a Elmo, che se l&#8217;è messo in tasca prima di uscire dal fast food.</p>
<p>La testa inizia il suo momento di allegria, mentre noto un buon numero di camionette della pula stazionate proprio in bocca alle Colonne che, ricordo, sono recintate ma la gente si siede lo stesso e di solito nessuno rompe le palle. Una volta al Lorenz hanno chiesto i documenti e dicevano che  era un drogato. Quella volta il Lorenz era pulito ed io ci credo anche se non c&#8217;ero.</p>
<p>Decidiamo di andare a prendere del fumo di fronte ad un bar della zona dove a tutte le ore c&#8217;è uno che smazza. È sempre appoggiato alla stessa macchina, a qualsiasi ora. Mi chiedo se la macchina sia suo o di un residente. Io dico a Elmo che lo aspetterò lì perché di casini non ne voglio avere. Mentre il mio amico si allontana con questo egiziano in una vietta, io chiamo la mia donna che mi chiede di raggiungerla all&#8217;Old Fox, che ok non è lontano ma non ne ho per niente voglia. Sono le nove e quaranta, le zanzare mi stanno massacrando le braccia mentre aspetto Elmo con un po&#8217; di tensione addosso perché non si sa mai. Le luci al neon dei locali della via attraggono un buon numero di insetti che sento friggere nelle poche zanzariere viola. Vedo il pusher tornare senza elmo e penso al peggio. Col cazzo che lo chiamo. Dopo una decina di minuti vedo il mio caro amico baldanzoso che si avvicina a me.</p>
<p>“<em>Dove cazzo eri?”</em></p>
<p><em> “Mi sono fermato a fare un pisciatone.”</em></p>
<p><em> “Ah, ok.”</em></p>
<p>Tiriamo su baracche e burattini e andiamo a preparare una bella cannetta al parco lì di fianco.</p>
<p>***</p>
<p>Pare che l&#8217;acquisto abbia reso. Sento la testa vuota che sballonzola di qua e di là mentre io ed Elmo ci sediamo sul CEMENTO CALDO ad assistere ad uno spettacolo di teatro di strada proprio di fronte alla chiesa.</p>
<p>Non sono mai entrato in questa chiesa.</p>
<p>Questa rappresentazione vede protagonista una tipa vestita da vedova, di un&#8217;età indefinibile e truccata come una baldracca, parlare metà spagnolo e metà italiano. Fa finta di leggere i tarocchi e fa sedere in una maniera astrusa un volontario del pubblico. La sua recitazione mi turba, coinvolge troppo la gente che in realtà vuole assistere, non partecipare. Come quando ero piccolo e i miei mi portavano al circo. Io odiavo il circo, i clown (una volta al lago di Como ne ho visto uno in pausa che fumava) e compagnia bella. Quando chiamavano i bambini volontari per degli sketch io morivo di terrore. Mi sentivo mancare, non volevo mettermi in ridicolo di fronte a tutti. Maledetti saltimbanchi.</p>
<p>Mi concentro però sull&#8217;orchestrina che accompagna lo show, evidentemente l&#8217;unica parte interessante del tutto, visto che con il passare dei minuti la messinscena non migliora ma si fa ben più irritante. Mentre osservo con attenzione il percussionista ed il sassofonista, con la coda dell&#8217;occhio vedo Elmo che sta tirando su un secondo torcione. Lo finisce e se lo accende. Io faccio finta di niente, fino a quando mi offre qualche boccata a metà della canna.</p>
<p>Questa non ci voleva. Sono messo come un caimano ed inizio a sentire le voci. A volte mi capita quando sono sballato di sentire le voci, oppure dei rumori, oppure la terra che trema. Si vede che il fumo mi rende ipersensibile, tipo superpotere, ma è un superpotere di cui farei volentieri a meno visto che mi prendo malissimo e ogni due minuti mi tasto il polso per accertarmi del mio stato di vivo piuttosto che di passato a miglior vita.</p>
<p>Questa volta però sento delle voci celestiali.</p>
<p>In lontananza sento musica sacra, come cantata da un coro di voci bianche, una musica angelica, trascinante, divina. Tutto ciò mi rende sereno. Chiudo gli occhi per un istante, cercando di concentrarmi sulla melodia. È bellissima.</p>
<p>Lo spettacolo fa schifo e propongo di alzarmi in fretta e furia senza però farci beccare dall&#8217;attrice protagonista, che se se ne accorge ci sputtana davanti a tutti e io mi sentirei una vera merda. Scambio due parole con Elmo, ma non so di cosa stiamo parlando. Mi ritrovo con un gelato enorme mezzo sciolto tra le mani.</p>
<p>Non sento più la musica.</p>
<p>Quattro gusti con panna montata, mi sarà costato una fortuna. La vasca ci riporta alle Colonne e, avvicinandoci alla chiesa, sento come un&#8217;attrazione magica e decido di entrare. Elmo non può capire il mio stupore quando capisco che la musica celestiale proveniva proprio da lì, dalla chiesa, dove si sta tenendo un concerto di voci bianche. Sono in tantissimi, per la maggior parte bambini, penso siano una quarantina. Provo a contarli ma perdo il conto. Sono bravissimi, spengo il cellulare e resto lì estasiato, inebriato dal profumo dell&#8217;incenso che è tanto forte da pizzicarmi il naso. C&#8217;è poco pubblico e mi chiedo perché cotanta bellezza non debba essere condivisa con il mondo intero. Sull&#8217;assolo di organo perdo i sensi, e mi risveglio nel mio letto con il sapore di cioccolato e patatine in bocca, ancora frastornato e allo stesso tempo rinvigorito dalla visione divina della sera prima.</p>
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		<title>Merendine</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 14:58:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Insomma questa ve la devo proprio raccontare. Me l&#8217;ha tirata fuori Gigio l&#8217;altro giorno. La cosa davvero ASSURDA è che questa è una storia VERA. Proprio così, pare che questo tizio abbia combinato questo MEGA CASINO per davvero. Insomma, le leggende metropolitane hanno anche il loro fascino, ma sapere che questo è un FATTO DI [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Insomma questa ve la devo proprio raccontare. Me l&#8217;ha tirata fuori Gigio l&#8217;altro giorno. La cosa davvero ASSURDA è che questa è una storia VERA. Proprio così, pare che questo tizio abbia combinato questo MEGA CASINO per davvero. Insomma, le leggende metropolitane hanno anche il loro fascino, ma sapere che questo è un FATTO DI CRONACA e non una bazza come quella del salsicciotto che si rompe nella patatina di una quindicenne o quella della tipa che sta facendo un soffocone al tipo e all&#8217;improvviso ha una crisi epilettica e gli inizia ad sgagnare il membro coi denti è tutta un&#8217;altra storia.</p>
<p>(Note dalla redazione: il tipo pare essersela cavata prendendo a padellate sul cranio la ragazza, che ha riportato un trauma cranico esteso).</p>
<p>Dicevamo, questa storia è accaduta per davvero, a Milano esattamente due anni fa, in un Dicembre rigido come pochi.</p>
<p>Questa è la storia di Francesco Morandini detto Ciccio. Ciccio era un soprannome che non gli si addiceva per nulla, perché era magro come una Capri superlight. Un tipo sottile, ventitré anni, più che magro anoressico. Di gran misura più lungo di tutti quelli che frequentavano la piazzetta in quel periodo. Portava capelli lunghi, neri, con la coda e a volte e ai concerti sciolti ber fare <em>head-banging</em>. Poteva considerarsi qualcosa come un metallaro. Un metallaro molto magro. E molto alto. Lo chiamavano Ciccio perché si chiamava Francesco. È un nick che si porta dietro da quando era bambino, tutto qui. Come quelli che, non so, si chiamano Francesco, Checco. A questo punto forse è meglio Ciccio, Checco è da culattone. No?</p>
<p>Ciccio è diventato una merendina. Un tegolino, per la precisione. Quelli della Mulino Bianco di pan di spagna con le striature di cioccolato. Ora voi vi immaginerete un tegolino gigante inanimato. In realtà quel giorno si è trasformato in un tegolino pur mantenendo le sue facoltà primarie. Diciamo che è un tegolino con due gambette (un tegolino sull&#8217;uno e novanta, mica poco) e due braccine. Gli occhi sono incastonati nel pan di spagna, ha una boccuccia ed un nasino. I capelli sono rimasti sul pavimento  quando si è svegliato quella mattina, si, i capelli sono l&#8217;unica cosa che ha perso. Ve lo immaginate un tegolino gigante coi capelli? Io proprio no. Infatti. Per il resto, è uguale a prima ma è diventato un  tegolino. Immaginatevi di svegliarvi SpongeBob, però anziché una spugna siete un tegolino.</p>
<p>***</p>
<p><em>“Cristo!”</em> grida Ciccio in un momento di sfogo, proprio mentre apre la dispensa e trova solo frollini SECCHI del discount. <em>“Cazzo mia madre non compra mai le merendine. Dice che mi fanno male. Male un corno! Perché tutti i bambini del mondo possono mangiare merendine e IO NO? A scuola, a ricreazione, tutti mangiano Kinder Fetta al Latte, Fiesta e Pinguì. Io no. A me è stato vietato. Io mi vergogno a mangiare PANINI CON LA FRITTATA. Sono vent&#8217;anni che mangio PANINI CON LA FRITTATA. A me la FRITTATA fa schifo. Ecco, l&#8217;ho detto. Voglio essere un ragazzo come tutti gli altri. Voglio le MERENDINE. Quelle di marca. Non quelle del discount. Voglio le Mulino Bianco. Ci credete che non ho mai mangiato una merendina come si deve? La mamma me l&#8217;ha vietato, da sempre. Quando ero alle elementari, andavo in gita e mia mamma mi preparava sempre due panini con la frittata. Mi vergognavo un casino e li buttavo. Poi la frittata nello zaino puzza di marcio, lascia un odore terribile. Mia mamma quando va a fare la spesa spende pochissimo, perché prende solo uova e frollini del discount. Anche del pane, dei francesini che diventano SECCHI dopo due ore. In frigo ci sono da sempre SOLO UOVA e in dispensa solo frollini del discount. È un&#8217;ingiustizia. Sono Vent&#8217;anni che mi nutro solo di queste due cose. Io non ce la faccio più. Io l&#8217;ammazzo, un giorno o l&#8217;altro. </em></p>
<p><em> Se solo mio padre fosse presente. Macché. Sempre in giro per lavoro, e quando sta a casa si piazza sul divano. A lui è concesso mangiare anche il pesce, oltre che le uova e i frollini secchi. Forse è per questo che si è trovato un lavoro che lo tiene fuori casa dieci mesi all&#8217;anno, per non sottostare alle regole ASSURDE dettate da quella psicopatica di mia madre. Io ho provato a parlarle, ma niente. Non vuole sentire scuse. Per lei esistono solo biscotti secchi e uova, da sempre. Dice che devo ritenermi fortunato, perché nel mondo c&#8217;è chi non ha nemmeno gli occhi per piangere, e che metterebbe la firma per una frittata. Mia madre è pazza. </em></p>
<p><em> Voglio dire, non poteva impazzire e scappare con un ballerino brasiliano, con un pianista cieco scandinavo, con un istruttore di vela delle Baleari, come fanno tutte? No. Lei si è fissata su questo fatto delle merendine, della frittata e dei frollini. Non so da dove sia partita questa sua paranoia, ma non ho memoria di lei che ci concede uno strappo alla regola. È giunto il momento di dire BASTA. Non farò come mio padre, mi prenderò le mie responsabilità, non farò come mia madre, non impazzirò. Sono vent&#8217;anni che devo sottostare a queste regole assurde. In tele vedo pubblicità di ogni genere alimentare, ma io mi concentro sempre sulle merendine. Secondo me Eva ha mangiato un Pinguì, altro che mela. La mela non è proibita, e men che meno allettante. Si, Dio deve aver piazzato nel bel mezzo del giardino dell&#8217;Eden un albero di Pinguì. Sono da anni succube di questa privazione, ma da oggi le cose cambiano. Mi sono trovato un lavoretto part-time per realizzare il mio piano. È un piano diabolico, sono anni che ci lavoro. Da oggi tutto questo cambierà. Da oggi saremo tutti più liberi”.</em></p>
<p>***</p>
<p>Volete sapere cosa ha combinato questo tipo il 23 settembre di due anni fa? Ciccio in questa data fa perdere le tracce. Non lo trovano da nessuna parte, nessun biglietto, niente. In casa, tutto in ordine, niente soldi o gioielli sottratti alla cassaforte, niente segni di scasso o di violenza. Nulla. La polizia pensa al peggio, quando durante l&#8217;interrogatorio i genitori raccontano dei disturbi alimentari del figlio. <em>“Mangiava solo frittate e frollini del discount, ha un animo fragile, non ce la farà senza il nostro aiuto”. </em></p>
<p><em> </em><span>La pratica fu archiviata quasi subito come fuga volontaria. </span></p>
<p>Ciccio si era nascosto in un Giesse. Aveva organizzato tutto alla perfezione. Tra l&#8217;altro, qui si parla del Giesse all&#8217;angolo con via Eraclito, a duecento metri dal portone della famiglia Morandini (quella di Ciccio). Che beffa. Di giorno si sarebbe nascosto nel magazzino (il magazzino era diviso in due parti, di cui una in quasi totale disuso) e di notte avrebbe mangiato le merendine del supermercato. Aveva pensato anche a come eludere il sistema di sorveglianza: avrebbe, ogni sera, disattivato le telecamere a circuito chiuso sostituendo la cassetta ufficiale con una cassetta registrata una notte particolarmente tranquilla, registrazione che gli aveva venduto un ex guardia del super per cinquecento euro tondi tondi. Era in una botte di ferro. Finalmente avrebbe assaporato la libertà, l&#8217;avventura e, soprattutto, i tegolini.</p>
<p>Le prime notti infatti si nutri delle più disparate merendine, tanto che dopo cinque giorni aveva già provato tutto. Scoprì che la sua vera passione erano i tegolini della Mulino Bianco. Iniziò a mangiarne moltissimi. Le provviste erano tante e gli scaffali ne erano pieni. Da bere prendeva sempre l&#8217;orzata Fabbri. Fu dopo circa un  paio di settimane che Ciccio iniziò ad esternare i sintomi di queste gloriose, viziose notturne scorpacciate. Era al cesso del Giesse e stava cagando. Beh, lo sapete cosa ha cagato? Ha cagato un tegolino! Dopo due settimane di tegolini aveva cagato un tegolino! Certo, non era proprio un tegolino preciso all&#8217;originale, ma guardando gli escrementi galleggiare nella tazza, aveva proprio l&#8217;impressione che quello strano parallelepipedo fosse un tegolino. La cosa non lo preoccupò, perché a lui interessavano solo i tegolini. Intervallavo ogni morso con uno sguardo d&#8217;ammirazione, gioia e pazzia indirizzato all&#8217;oggetto del suo desiderio. Non ne vedeva i difetti, e pensò che il tegolino fosse qualcosa di soprannaturale. Ad ogni  morso il corpo si liberava in un brivido caldo e profondo. Provò a tornare alle Fetta al latte, ma non ci riuscì. Nel tegolino aveva trovato il nirvana, nel tegolino aveva trovato la libertà.</p>
<p>***</p>
<p>Venne ritrovato un commesso appena assunto dal supermercato la mattina della vigilia  di Natale dello stesso anno. Fu per puro caso, fu perché sbagliò entrata. Stava cercando dei frollini perché erano finiti. Ironia della sorte. Di fronte a lui, nell&#8217;ombra del magazzino, un tegolino antropomorfo lungo circa due metri giaceva sdraiato sul pavimento, in condizione di demenza. Si capiva che, quel tegolino gigante, una volta era stato un ragazzo, un ragazzo che aveva amato, aveva giocato, aveva sorriso. Il commesso chiamò subito i soccorsi, ma ci fu ben poco da fare. Il medico legale constatò la morte di Francesco Morandini la sera stessa, a causa di una rara deformazione alimentare che l&#8217;aveva trasformato in ciò che mangiava da ormai due mesi, ossia un tegolino Mulino Bianco. Da quel giorno, in tutta Italia, i detti popolari “Parla come mangi” e “Siamo quello che mangiamo” vennero aboliti da libri, televisioni e giornali, ed il mulino del Mulino Bianco venne ricoperto per qualche giorno da un telo nero, in segno di lutto. </p>
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		<title>Il falò</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 14:56:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ “Stanotte, che sia, sarà una folle notte”, urlava Caterina di fronte a me, tra il falò ed il mare. Saltava e girava su se stessa sino a perdere l’equilibrio, avvolta da un pareo bianco latte e un costume rosso come il cuore. Eravamo una decina, in maggioranza tedeschi, amici del campeggio. La notte era nostra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span></p>
<p><em> “Stanotte, che sia, sarà una folle notte”</em>, urlava Caterina di fronte a me, tra il falò ed il mare. Saltava e girava su se stessa sino a perdere l’equilibrio, avvolta da un pareo bianco latte e un costume rosso come il cuore. Eravamo una decina, in maggioranza tedeschi, amici del campeggio. La notte era nostra, come era nostra la chitarra ed il fumo. Le stelle brillavano forti e luccicanti in un blu profondo e senza fine. L’odore era quello dei fuochi sulla spiaggia, la vista annebbiata da vino rosso e biscotti Mulino Bianco a fare da tappo. Era la libertà. Ci sentivamo stranieri nella nostra nazione, parlando un inglese intercalato da espressioni dialettali bresciane.</p>
<p>Un ragazzo (decisamente più alto di me) mi invita a fare conversazione. Si parla (in tedesco) delle differenze di abitudini. Si parla sempre di differenze di abitudini, ad un primo incontro coi forestieri. Al discorso si aggiungono altri due, che con fare sospetto mi squadrano. Il mio tedesco è uno schifo. De Rossi in cinque anni mi ha insegnato l’Anarchia, mica il tedesco, penso io.</p>
<p>Le canne girano, e io brillantemente faccio notare che questi artefatti non si cenerano, bisogna aspettare che la cenere cada da sola. Altrimenti si scappellano ed è un casino.</p>
<p>Rompo il silenzio della notte con un colpo di tosse, e si continua a chiacchierare. Caterina si apparta con uno, dietro agli scogli. Non la vedo da un venti minuti, ma tra poco torna. La vodka alla fragola è di quella buona, passo la parola ad una tedesca niente male, piccola ma formosa e ben fatta. Mentre sorseggio dalla bottiglia il liquore, lei sorseggia Jack. Ne beve mezza bottiglia, e io a far finta di ascoltare. Le guardo le tette. Lei lo sa e si compiace interiormente. La mia testa inizia a fare <em>kaputt</em>, si fa pesante. Le parole scorrono difficili, al tedesco ho sostituito un inglese frammentario, sconnesso. Lei lo capisce, me la fa annusare, se ne va dagli altri. Rimango un secondo, un minuto, forse mezzora, da solo, appeso al quesito se vomitare o no. Opto per la seconda ipotesi evitando una madornale figura di merda coi crucchi. La ghiaia sotto il culo fa male, il terreno è umido, e la notte inizia a farsi sentire. Vado in tenda, ci provo, ma inciampo e finisco dritto nell’acqua. Devo pisciare, emettere qualcosa dal mio corpo, mi sta salendo su il nodino di maiale cazzo. Barcollo fino al mio rifugio, e trovo una felpa bagnata, ma solo un poco. La indosso e torno dai miei. In questo frangente mi accorgo che la situazione senza di me non è cambiata, e la cosa mi ferisce un poco. Ma sono troppo messo per fare ragionamenti.</p>
<p>La notte scorre, sono le quattro e la gente inizia ad andarsene. Rimaniamo io, Caterina e pochi altri. Siamo in quattro. I due crucchi reggono poco, un dieci minuti e tornano anche loro nelle rispettive roulotte. Rimaniamo io e lei, indaffarati in discorsi pseudo poetici tardo rinascimentali. Le stelle, la vita, il futuro. L’alcol mi impedisce di seguire un discorso che duri più di trenta secondi. La testa è pesante, la nausea incombe. Penso di alzarmi, ma poi sorvolo. Non ce la faccio. I miei occhi si chiudono. Ho su le lenti a contatto.</p>
<p>Sono le sei quando apro un occhio, tutto appiccicoso dalle secrezioni e dalle lenti. Fa freddo in questa spiaggia, e Caterina dorme sotto una coperta che ha dimenticato non so chi. Quando apro di nuovo gli occhi sono le otto e mezza. Il suono che sento è quello di un passeggino che cammina sulla ghiaia di questa spiaggia deserta. Mi sento uno schifo.</p>
<p>“Cate, forse è meglio che io vada”</p>
<p></span></p>
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		<title>Breve storia di {nome segreto}</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 14:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha un nome, ma non ve lo posso dire. È un nome segreto, che viene dall’est Europa e che ho sentito per la prima volta verso i quindici. “Che cazzo di nome del cazzo”, pensai. Lui era sicuro di sé e spaccava. Aveva un sacco di ragazze ma le picchiava. Ad una ruppe il naso. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha un nome, ma non ve lo posso dire. È un nome segreto, che viene dall’est Europa e che ho sentito per la prima volta verso i quindici. “<em>Che cazzo di nome del cazzo”</em>, pensai. Lui era sicuro di sé e spaccava. Aveva un sacco di ragazze ma le picchiava. Ad una ruppe il naso. Sempre a lei, la perseguitava. Si faceva trovare di notte sotto casa sua e se lei non apriva rigava le automobili dei vicini con una chiave. Eravamo piccoli ma già guidava una macchina gigante, da spacciatore colombiano, bianca, del novanta. Era un personaggio ipnotico.</p>
<p>A quindici anni aveva già: subito un processo (forse due) guidato fatto paracadutismo avuto rapporti non protetti era andato in vacanza da solo aveva il cellulare. Il cellulare. Motorola, ricordo. Era il novantasei. Ce n’erano tre in Italia: uno apparteneva all’Avvocato Agnelli, uno al mio zio ricco e il terzo a lui. Chiamava anche se andava tutto sul conto in banca del padre.</p>
<p>Dipingevamo i treni di notte insieme. Quando andavo in giro con lui, ero molto preoccupato. L’avevo visto fare cose senza senso, tipo scippare una vecchia solo per ridere. Non so se era pazzo. Aveva i genitori separati. A dipingere faceva schifo. A dipingere ero molto più bravo io di molta altra gente che frequentavo. Però io spaccavo di meno perché avevo una <em>coscienza</em>. Quando sei piccolo ed hai una coscienza, i casi sono due: o hai perso l’innocenza troppo presto, o i tuoi hanno fatto un ottimo lavoro.</p>
<p>Io avevo paura. La paura mi ha salvato da un sacco di situazioni imbarazzanti.</p>
<p>Una volta non ho visto i miei amici perché avevo avuto paura a provare un <em>trip</em>. Loro erano tutti fusi in metro. Barcollavano e ridevano. Si c’era anche lui. Io mi ero fatto una birra e loro sembravano dei pazzi. Ad un certo punto (siamo su un autobus) salta fuori un martello e uno (non lui) sfascia il vetro posteriore. Un colpo secco al centro, e la vetrata va in frantumi. Ho avuto paura perché pensavo accusassero me. In realtà, poi, non è successo un cazzo.</p>
<p>Tanta gente quando ero piccolo andava in giro armata. Per un certo periodo l’ho fatto anche io, ma sempre avendo paura. Loro il cannone io il coltellino svizzero. Non ho mai amato le armi, per paura di sbagliare e fare male a qualcuno per errore. Loro avevano il controllo della testa e godevano della paura altrui. Quando l’ho capito, non avevo più paura perché avevo capito il giochino. Tu sei grande perché io ho paura. Se io non ho paura (o fingo di non averla) tu vuoi diventare mio amico, perché pensi che io sia forte e sicuro. Che cazzata.</p>
<p>Sembra di avere a che fare con le tipe. Le tipe ti dicono una cosa ma ne vuol dire sempre un’altra. Lui forse lo sapeva. Aveva ciulato a undici anni, un po&#8217; prestino direi.</p>
<p>Poi è diventato gay. L’hanno beccato a schinottare uno dietro la Sma. Me lo immagino come quei gay laidi e lascivi. Storie di trans, roba del genere. Roba sporca.</p>
<p>Proprio lui.</p>
<p>Mi è caduto un mito.</p>
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		<title>Maledetti anni novanta</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 11:53:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Era appena rincasato. Di quelle sere che volavano, tra qualche canna di erba e litrate di Martini bianco. Rigorosamente di frigo. Tre cazzo di ore per un parcheggio. Cristo odiava la zona per questo. L’avrebbe presa e sbattuta nel cesso, quel rottame. Di certo non poteva mica andare in giro in bici, e del motorino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Era appena rincasato. Di quelle sere che volavano, tra qualche canna di erba e litrate di Martini bianco. Rigorosamente di frigo.</p>
<p>Tre cazzo di ore per un parcheggio. Cristo odiava la zona per questo.</p>
<p>L’avrebbe presa e sbattuta nel cesso, quel rottame.</p>
<p>Di certo non poteva mica andare in giro in bici, e del motorino neanche a parlarne. Si, qualche idea su un motorello di classe l’aveva pur fatta, ma solo un’idea. Se poi doveva portare a zonzo una stella, come cazzo faceva? No zero, motorini. Roba da poco. </p>
<p>Chiude la porta, tre giri. Uno. Due. Tre. Abitudine. Quei cazzo di ladri-tossici-immigrati clandestini avrebbero dovuto suonare il campanello, per entrare.</p>
<p>Non come al cortile. Al cortile rubano le bici. Rubano le bici solo perché in cortile ci sono solo bici. E gatti randagi che ingurgitano pattume. Le bici sono vecchie e fosse per lui finirebbero tutte quante in un cesso. Tanto te la rubano. Sempre. A volte si svegliava dal rumore delle tenaglie idrauliche su quei cazzo di lucchetti di gommapiuma da vecchi. Lui la bici l’ha sempre tenuta in cantina. Chiamatelo pazzo.</p>
<p>Leva il parka e accende il pc. Controlla la posta. Assaggia una Lucky. Solite stronzate. Si incazzava, pensando a quei mentecatti che gli inviavano robe del tipo “Vuoi avere l’uccello più lungo” o “Fai godere la tua bimba per tutta la notte”. Americani. Popolo di scemi.</p>
<p>Aspettava delle mail, ma non ne ricordava il motivo. Era già messo bene dalla serata passata a casa di Luca. La solita serata col sound giusto e l’entusiasmo a terra. Roba da vecchi. Ma alla fine si era anche abituato a quel mood, lo sentiva suo (come sentiva suo il periodo di passaggio); non che lo amasse, ma qualcosa lo rendeva familiare.</p>
<p>Davanti al vecchio e ingiallito monitor di quel ferrovecchio che chiamava computer, si sentiva uno stronzo. Pensava che non potesse essere reale. Odiava le chat, e tutte quelle troiette succhiacazzi che le frequentavano. Ma forse odiava ancor di più quei vecchi bavosi che si sparavano le ultime cartucce tentando di essere hardcore con la qwerty. Leoncino 64 succhiami sto cazzo. Come potevano essere quelli lì? Amava pensarli vecchi e grassi. Pelati e sudati. Il viscido delle parole che scrivevano si trasponeva sulla loro fronte e sul loro piccolo e insignificante membro.</p>
<p>Atto a seghe di gran lusso davanti ai loro portatili di ultima generazione.</p>
<p>Spegne la siga. Le sighe quando le spegne, non le spegne mai completamente. Per questo la sua tana è aromatizzata al fumo freddo.</p>
<p>Porta le tazze di Nesca in cucina e le sbatte nel lavandino. Accende la tele e inizia la maratona di televendite merdose. Ne amava una in particolare, quella dei cento successi italiani in sei cidì a sessantanove lauri invece che cento. Cazzo se è stata fatta bene quella pubblicità. “Va contro ogni logica”, pensava, ma ne restava ogni notte ipnotizzato. Non cambiò canale per una ventina di minuti. Venti minuti con gli occhi appiccicati allo schermo sorseggiando una Bud in lattina. Gelida. E ascoltando canzoni vecchie come il mare. La tele si spegne.</p>
<p>“Sono le quattro, forse è meglio buttarsi in branda”.</p>
<p>Letto disfatto, e l’odore di fumo era penetrato anche in cameretta. Tra le lenzuola tiepidi pensieri per conciliare il sonno. Damien non era come tutti gli altri, e lo sapeva. A volte si rimproverava di pensare troppo. Di studiare troppo. Di essere o voler essere qualcuno di nuovo, qualcuno che senza problemi avrebbe risposto ad ogni domanda, senza indugio. I pensieri lo portano a quando era appena adolescente, verso i tredici quattordici anni. Erano mesi difficili quelli. Mamma e papà litigavano in continuazione, e lui a fare da surrogato paterno al fratellino di cinque anni più piccolo. Aveva in mente una scena. Ricorreva spesso in quel periodo dell’anno, associato ad una sensazione molto triste, quasi fisiologicamente esplicata in brividi di terrore misto malinconia. Lo aveva provato per anni, seduto nella vasca da bagno, con l’acqua calda che scorre, il corpo nudo e lo spiffero freddo del bagno. Arrivava in particolare modo quando aveva modo di pensare, di riflettere sul passato prima di addormentarsi, su quello che è stato. Ora aveva venticinque anni, e di materiale psicanalitico da analizzare ne aveva abbastanza. Chiude le palpebre, cerca di non pensare, ma la mente lo riporta lì, senza pietà.</p>
<p>Erano gli anni novanta, degli anni proprio di merda. Non conosceva nessuno che potesse dare contro a questa tesi.</p>
<p>È universalmente accettato che gli anni novanta sono stati anni di merda. Inutili, per certi versi, malinconici, per altri. Un solo aggettivo: decadenti. Gli anni settanta avevano dato vita al rock come lo intendiamo e alle lotte di classe, al computer e alla disco music. Insomma, qualcosa da salvare l’avevano pure lasciato. Ma ‘Dam lo poteva sapere solo per sentito dire.</p>
<p>Gli anni ottanta hanno avuto qualche sussulto di creatività, di colore sgargiante, di glamour, prima di esalare l’ultimo respiro, rantolando nei maledetti anni novanta.<br />Bene, la prima cosa che il nostro ricorda di quegli anni era quella lettera, scritta di proprio pugno e con l’ingenuità di un grande che sa di comportarsi da bimbo, sperando che l’innocenza oramai perduta possa tornare. Di nuovo. Come quando muore un parente e per un attimo ci sentiamo più grandi della morte, convincendoci che non può essere vero. Sensazione effimera e come non mai malinconica.</p>
<p>Aveva undici anni, nonostante ciò quattordici anni dopo in quel letto disfatto le immagini erano come non mai chiare, vivide, stampate a caratteri cubitali nella mente.</p>
<p>La situazione in famiglia era diventato un bel casino, con papà che continuava a mentire a sé stesso per convincersi che non poteva abbandonare quei due bimbi per una segretaria del cazzo. Ma ci cascava sempre, e ogni volta sua moglie a perdonarlo tra lacrime e grida di disperazione, che tuonavano nei timpani dei due figli, fino ad allora abituati ad ascoltare solamente ninna nanne e qualche pezzo di Ivana Spagna in vinile.</p>
<p>Non sarebbe potuta andare avanti così. Non per molto. Le tracce evidenti di rossetto sul collo della camicia di suo padre erano chiare anche al piccolo Damien. Sua madre l’aveva ripreso in casa già due volte, di cui una con la forza, ma non erano bastate a far cambiare idea al marito, caduto e ricaduto sempre nello stesso peccato. Era un fedifrago, e i fedifraghi difficilmente cambiano idea. Certo, magari la forza di volontà c’era pure, ma non bastò.</p>
<p>Il piccolo si ritrovò proiettato in una casa di periferia, più grande di quanto effettivamente servisse. Era domenica, giorno di visita al paparino. La prima visita al paparino, dopo l’ennesimo crack familiare. Ricorda che era seduto davanti ad un treottosei a giocare al volleyball. Schermo Hercules in bianco e nero, ai tempi un prestigio per un ragazzino di quell’età. Suo fratello non c’era, ma non ricordava il perché. Forse per non traumatizzarlo, la madre cercò per qualche settimana di rinviargli il dolore della consapevolezza.</p>
<p>“C’è qualcuno che ti vuole conoscere”.</p>
<p>Dam ricorda di essersi girato e di averla vista. Di nuovo lei. Un urlo strozzato dall’angoscia. Cazzo sono questi i traumi che un ragazzino si porta avanti per tutta una vita. Una cosa del genere ti fa crescere dagli undici ai sedici anni nell’arco di un secondo.<br />Era rimasto allibito dalla cosa. Passarono intere settimane prima di tornare alla parola. Ma nel frattempo scrisse una lettera, che con ingenuità iniziava con “La casa l’avete pagata tutti e due: non dovete separarvi” e seguiva con infantili motivazione sul cosa e cosa non fare, sul come si sarebbero dovuti comportare per non mandare a puttane tutto. Damien sapeva, lo percepiva lontano ma chiaro il segnale, mentre teneva tra le dita la biro e sentiva sotto di sé il terreno muoversi: non c’era speranza.</p>
<p>Il bimbo cresciuto tutto d’un colpo, che cerca di ritrovare l’ingenuità che un divorzio tra i genitori ti strappa via per sempre.</p>
<p>Maledetti anni novanta. I primi divorzi di massa sono avvenuti proprio in quel periodo. Ad oggi esiste un’ intera generazione di figli ventenni traumatizzati dal divorzio dei genitori. Era il periodo di Tangentopoli e della crisi economica, la Lira non valeva un cazzo e suo padre era pure rimasto senza lavoro per qualche mese. Si respirava aria grigia, vento di tristezza, altro che di cambiamento, e Dam ricorda che per le strade, nelle scuole, in sala giochi non si vedevano persone veramente felici.</p>
<p>Ci si sentiva come in quei paesi dell’Est sottosviluppato: inadeguati, decadenti, soli.</p>
<p>I sogni erano ormai frantumi. Dam ricorda, un istante prima di addormentarsi, che continuò per mesi ad apparecchiare la tavola per quattro.</p>
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		<title>Una notte di cinquant&#8217;anni</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 12:52:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si era da poco addormentato dopo una festa in casa di un’amica. Le solite feste con un mucchio di gente che non lasciano spazio al dialogo, quelle feste in cui la parte più animale di ogni persona la fa da padrona. Quelle feste dove si comunica più fisicamente che verbalmente. Gente nuova, leoni e prede. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si era da poco addormentato dopo una festa in casa di un’amica. Le solite feste con un mucchio di gente che non lasciano spazio al dialogo, quelle feste in cui la parte più animale di ogni persona la fa da padrona. Quelle feste dove si comunica più fisicamente che verbalmente.</p>
<p>Gente nuova, leoni e prede.</p>
<p>Erano tutti attorno ad un divano giallo e mettevano in atto riti pagani postmoderni, come il gioco della bottiglia, le carte da gioco, la gara a chi beve di più. Qualcuno a fine serata l’aveva portato a casa in automobile, sin dall’altra parte della città. Si era divertito, anche se a dire il vero aveva in testa solo quel lavoro che doveva arrivare, doveva arrivare ma ancora non arrivava.</p>
<p>Le feste in casa erano un utile, sofisticato palliativo in tempo di crisi: cinque euro, due Heineken da sessantasei dai cinesi, e la serata era fatta. In quel periodo nessuno aveva un euro, così ci si arrangiava. Il primo che aveva la casa libera, organizzava qualcosa, qualcosa di semplice, solitamente. Il <em>clou</em> di quella serata furono le crêpes alla nutella. Una delizia.</p>
<p>Girò qualche canna, ma evitò di fumare.</p>
<p>Insomma si ritrovò nel letto senza rendersi conto di tutto quello che accadde negli ultimi quarantacinque minuti. Aveva i piedi freddi, ma si addormentò. Sognò di nuotare a fondo, sino agli abissi, senza alcuna necessità di respirare. Si sentiva sollevato al pensiero di un contatto con l’Oceano.</p>
<p>Attorno a lui solo pesci e creature marine.</p>
<p>La notte trascorse calda e accomodante nel giro di una decina d’ore.</p>
<p>Posò il primo piede sul pavimento ghiacciato di un dicembre appena iniziato. Cercò le ciabatte e si diresse verso la toilette. I bagni sono sempre in fondo a destra, i bagni sono sempre la stanza più fredda di una casa.</p>
<p>Si era svegliato con rughe e dolori. Nel sonno posò la mano sulla nuca, sembrava senza capelli, ma pensò fosse soltanto un’impressione. Nella bocca una strana sensazione, il suo corpo era flaccido ed emanava solitudine.</p>
<p>Lo specchio, come da consuetudine, non mentì.</p>
<p>Quella notte durò cinquant’anni.</p>
<p>Si mise a letto, e sereno si riaddormentò.</p>
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		<title>Andare all&#8217;Hollywood e non pippare è come camminare in centro a Cortina in costume ed infradit</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 12:26:00 +0000</pubDate>
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		<title>La bacheca dei minerali</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 11:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sua più entusiastica aspirazione in quel momento era che l’ora di educazione tecnica finisse in fretta. Erano passate le undici e venti, e nel suo apparire adolescente (vestiti larghi e dismessi, delle catene, una fibbia dell’Harley) vi era qualcosa di irrimediabilmente marcio. Posò così la testa sul banco, in un pensiero lungo un’ora. Fantasticava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sua più entusiastica aspirazione in quel momento era che l’ora di educazione tecnica finisse in fretta. Erano passate le undici e venti, e nel suo apparire adolescente (vestiti larghi e dismessi, delle catene, una fibbia dell’Harley) vi era qualcosa di irrimediabilmente marcio.</p>
<p>Posò così la testa sul banco, in un pensiero lungo un’ora. Fantasticava sul pomeriggio, beato santissimo illibato pomeriggio post Simpson, perché avrebbe avuto l’Ale come ospite “a studiare”. L’Ale era ricco, ricchissimo. Lui invece era benestante, una famiglia (devastata, ad esser seri) perbene ma con poche risorse.</p>
<p>Antichi valori, soldi pochi.</p>
<p>Gli piaceva quando andava a studiare da lui Ale. Si sentiva come il padrone di casa che ospita una celebrità, o qualcosa del genere. Avrebbero guardato della tv, sgranocchiato qualche patatina e giocato al Nintendo.</p>
<p>Fu così, quasi per caso, che nel bel mezzo di quel pomeriggio di sole Ale notò a casa dell’amico una bacheca. Di quelle piccole, per tenere i profumini. Era una bacheca di minerali, passata al cugino più piccolo da un lontano parente ormai cresciuto ed appassionatosi alle consuete attività dei grandi: calcetto, auto, figa.</p>
<p>Gli chiese lumi, così il nostro mostrò lieto un librone impolverato che descriveva accuratamente, ma con caratteri giganti propri delle letture per ragazzi, le proprietà dei minerali in bacheca.</p>
<p>La situazione non durò più di cinque, forse sei minuti.</p>
</p>
<p>***</p>
</p>
<p>Non si videro per secoli, i due. Ale si era trasferito a Perugia, e si sentivano per telefono soltanto quando le mamme avevano qualcosa da raccontarsi.</p>
<p>Resta il fatto che si rividero ormai trentenni ad una cena con vecchi compagni di scuola. Fu notevole il primo argomento di discussione tra i due. Ale si era iscritto e laureato in Chimica dei materiali, perché si appassionò alla geologia e ai minerali in un caldo pomeriggio di aprile a casa di un amico, quando il più eclatante gesto di rivolta era disegnare a matita cazzi giganti sul banco.</p>
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		<title>Da una pagina di diario del Dott. C.</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 11:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8221;.. Ok, ok, adesso hai la macchina. Prima te la sognavi, vero? E adesso che ce l’hai, ti fa sin schifo. Prima non potevi comprare ciò che volevi con quei quattro soldi, perché pensavi soltanto al Calippo Fizz alla Coca. Ora invece, un lavoro ce l’hai, una donna ce l’hai (gran figa tra l’altro), i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221;.. Ok, ok, adesso hai la macchina. Prima te la sognavi, vero? E adesso che ce l’hai, ti fa sin schifo. Prima non potevi comprare ciò che volevi con quei quattro soldi, perché pensavi soltanto al Calippo Fizz alla Coca. Ora invece, un lavoro ce l’hai, una donna ce l’hai (gran figa tra l’altro), i soldi anche; sembra strano ma lo è, in vero: sei uno stronzo, un dannatissimo stronzo (e bugiardo). Hai passato anni a rincorrere quella poco di buono che ti ammazzava di corna, e l’hai poi rinnegata al bar di fronte agli amici. Ti ricordi come ti giustificasti?</p>
<p><em> &#8211; La monotonia di coppia, a volte, uccide.</em></p>
<p>Lei era bellissima e fragile, con dei capelli del color del grano e gli occhi del color del cielo. Una dea, traditrice. In fondo lo faceva per piacere, per gioia, per noia forse, ma resta il fatto che ti amava. Non ci siamo più visti per un po&#8217;, e ora …</p>
<p>Ora ti ritrovi con la Volvo, Cristo. Non è possibile. Per anni hai pensato solo alla tua libertà, al tuo portafogli e ti ritrovo in Volvo col seggiolino dietro. Sei eccessivamente <em>retrò</em>. È certo, solo gli stupidi non cambiano mai idea, ma in fondo, che importa? Questa è la tua vita, quello che volevi, quello che hai rinnegato. Sono anni che sputi in quel piatto vuoto che è la tua misera esistenza eppure, sfortunatamente, sai di sbagliare.</p>
<ul>
<li>
<p><em>&#8220;In 		fondo siamo tutti schiavi di qualcosa.</em></p>
</li>
<li>
<p><em>&#8220;Fondamentalmente, 		del nostro tutto …”</em></p>
</li>
</ul>
]]></content:encoded>
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		<title>Il cinema non paga</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 00:12:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zonkvolta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È un mercoledì pomeriggio qualsiasi, dilaniato dal caldo soffocante di un giugno mai così afoso da secoli. Giada guarda pensierosa MTV dove trasmettono un video dei Black Eyed Peas pieno di donne nude e neri con occhialoni da mosca. Il divano è bollente, quasi bagnato, e piccoli grani di polvere si appiccicano come minute creature [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span>È un mercoledì pomeriggio qualsiasi, dilaniato dal caldo soffocante di un giugno mai così afoso da secoli. Giada guarda pensierosa MTV dove  trasmettono un video dei Black Eyed Peas pieno di donne nude e neri con occhialoni da mosca. Il divano è bollente, quasi bagnato, e piccoli grani di polvere si appiccicano come minute creature aliene alle braccia sudate della ragazza, mentre un piccolo spiffero di aria fresca trapassa il salotto per spirare in cucina. Diciassette anni, alta, bionda, dalla capigliatura corta e arruffata. Un&#8217;espressione severa negli occhi, l&#8217;espressione di chi ha sofferto ma non ha per nulla voglia di raccontartelo. Non le è mai piaciuto molto studiare, ma Giada la sa lunga, molto lunga, così con la scuola non ci sono mai stati grossi problemi. Sente una lieve e regolare vibrazione proprio in prossimità del sedere, si scosta malvolentieri. È il cellulare, la sua amica Arianna che la cerca.</span></p>
<p>Esita un attimo, poi risponde.</p>
<ul>
<li>
<p>“<em>Siiiii&#8230;” </em>attacca 		Giada controvoglia.</p>
</li>
<li>
<p>“<em>Tesoro, come stai? 		Allora, promossa anche quest&#8217;anno! Non sei contenta?</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Chiaro che sono 		contenta. A te come è andata?”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Due debiti, come al 		solito. Però dai, alla fine l&#8217;importante era passare no?”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Certo. Che fai?”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Sono qui a casa a morire 		di caldo”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Pure io”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Ti andrebbe di fare un 		giro in centro? Dai, su. Un gelato e quattro chiacchiere. Alla fine 		siamo in vacanza!”</em></p>
</li>
</ul>
<p>Per un attimo Giada pensa seriamente di non accettare l&#8217;invito. Fuori fa un caldo cane, anche se, è vero, non può stare a marcire sul divano tutta l&#8217;estate.     </p>
<ul>
<li>
<p>“<em>Ci può stare, dai”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Alle quattro davanti a 		Mondadori?”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Ok, andata”</em></p>
</li>
</ul>
<p>Giada chiude la chiamata e, per un istante, fissa il display del suo telefono. <em>“Lo devo cambiare”</em>, pensa. Raccoglie le forze e, in un attimo di concentrazione, scatta sull&#8217;attenti dal divano direzione doccia. Giada è una di quelle ragazze un po&#8217; così, con la testa tra le nuvole. Ascolta musica alternativa, e gioca a fare la ribelle. In fondo lo sa anche lei, che questo è solo un modo come un altro per darsi un tono, o forse per mascherare la sua vera essenza al mondo terribile che la circonda.</p>
<p>***</p>
<p>Pantaloni estivi e t-shirt chiara. Sembrano due sorelle quando, alle sedici e cinque, le dure ragazze si incontrano in quel di Piazza del Duomo. L&#8217;ampio spiazzo è popolato dai consueti PICCIONI e dai CINESI che scattano una foto dopo l&#8217;altra. I CINESI si portano anche il Manfrotto da mille euro in borsa, per fare le foto diritte. Piuttosto rinunciano al vestiario di prima necessità, ma il treppiede se lo portano SEMPRE. Bisogna però fare una piccola distinzione etnica. Quelli con il Manfrotto potrebbero essere Giapponesi, ma che ne so, sembrano tutti uguali, magari sono cinesi coi soldi. Una cinese al centro del piazzale è presa benissimo perché un marocchino le mette i piccioni addosso per una foto. Il suo compagno sorride mentre cerca la messa a fuoco ottimale.</p>
<ul>
<li><em>“Ora, voglio dire, I PICCIONI ADDOSSO!” </em>esclama Arianna. <em>“Forse i piccioni sono un animale sacro per gli orientali. Oppure gli orientali hanno degli anticorpi grossi come palline da golf. Temo che la cinese in questione la sua bella foto coi PICCIONI se la vedrà per bene dal letto della terapia intensiva.”</em></li>
</ul>
<p>Giada ha la testa fra le nuvole e non segue con molta attenzione le elucubrazioni socio-mediche dell&#8217;amica. Pensa infatti che ha voglia di un bel gelato fresco.</p>
<ul>
<li><em>“Gelato?”</em></li>
<li><em>“Yep! Andiamo dal Lucio che ha dei gusti spettacolo. Pensa che ha anche il gusto MELANZANA! Poi ha anche puffo si dai quelle stronzate lì”</em> </li>
<li>“<em>Veramente pensavo a 		qualcosa tipo fiordilatte melone banana. Mi sembra un po&#8217; presto 		per la caponata di ortaggi.”</em></li>
<li>
<p>“<em>A proposito, hai sentito 		di Ciccio? Pare l&#8217;abbiano bocciato di nuovo. Ora farà il solito 		ricorso al TAR che perderà, proprio come l&#8217;anno scorso. Il casino 		è che ora l&#8217;hanno steccato due volte, e dovrà lasciare questa 		scuola. Un po&#8217; mi dispiace ma sai, forse se l&#8217;è cercata. L&#8217;ultimo 		mese di scuola veniva tre ore a settimana. Voglio dire, se una 		minima ti fai vedere è un conto, ma se te ne freghi non puoi mica 		lamentarti. Cazzo io non capisco, insomma, dai, un piccolo sforzo. 		Alla fine ne aveva tre sotto, non era mica irrecuperabile, il 		ragazzo. Chi è artefice del proprio male pianga se stesso. In 		proposito, hai visto i compiti delle vacanze? Quella BALDRACCA 		della De Bon ci ha dato CINQUE LIBRI. Quando cazzo li studio io, 		cinque libri? Quella è pazza. Non se ne va mai in pensione? Ha 		cento anni! Si ma questa me la paga. Mi scarico i riassunti, questo 		è poco ma sicuro. Vacanze? Io vado con Tommy a Rimini, due 		settimane, le centrali di agosto. Sarà uno spettacolo. Io Tommy lo 		amo da morire. Non è adorabile? Poi è uno serio ma con stile. Si 		è il primo uomo che conosco che ha la testa sulle spalle. Giada, 		anche tu dovresti fidanzarti con uno tipo Tommy. Non è così? Si 		ti ci vedo proprio. Devo farti fidanzare, così la smetti di 		ammazzarti di paranoie e cannoni. Uno che ti porti in giro, con la 		macchina. L&#8217;altra sera siamo andati al cinema a vedere un film in 		3D. Sai dove? A MELZO! A Melzo c&#8217;è il cinema più bello di tutti. 		Nei momenti di paura le sedie VIBRANO! Spettacolo! Poi in 		tangenziale abbiamo scannato alla grande. Paura! Giada? Giada mi 		stai ascoltando?”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Si chiaro, Melzo cinema 		Tommy.”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Allora, hai deciso?”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Si, melanzana e 		tortellini”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>?”</em></p>
</li>
</ul>
<p>Via Dante scorre rapida tra sconosciuti e stranieri in vacanza. Il gelato si scioglie ad una velocità innaturale. Inutile negarlo. L&#8217;effetto serra sta combinando un gran bel casino, con il clima, la gente se ne accorgerà, prima o poi, mangiando gelati. In prossimità dell&#8217;ingresso del parco Sempione, le due ragazze vengono attratte da un ragazzo alto e moro, dai tratti mediterranei, che sta facendo volantinaggio poco distante. È a pochi metri sulla loro strada e, una volta raggiunto, le due sfoggiano un sorriso ebete nella sua direzione.</p>
<ul>
<li><em>“Ragazze, avete un minuto?” </em>Fa il ragazzo passando il volantino.</li>
<li><em>“Certo! Di cosa si tratta?”</em> Attacca Arianna.</li>
<li><em>&#8220;Ragazze, non potete farvelo scappare. C&#8217;è questo nuovo posto. Un posto misterioso, ricco di avventura. È il posto dei vostri sogni e dei vostri incubi. Laggiù troverete la risposta a tutte le vostre domande, in un delirio di specchi e nani da giardino. Troverete rompicapi irrisolvibili e fate, l&#8217;illuminazione, il vostro destino. Non posso dirvi altro, ma su una cosa state sicure: non ve ne pentirete!” </em>Fa il ragazzotto con fare pomposo.</li>
<li><em>“Beh, grazie mille! Dai Giada andiamo!? Andiamo al luna park? Dai dai dai! Ti prego Giaduzza dai dai dai! Ti prego dai&#8230;”</em></li>
<li><em> </em><em>”Certo, Arianna, basta che ti calmi.”</em></li>
</ul>
<p><em>***</em></p>
<p>Luna park. Certo che questo sembra più un ambulatorio medico, piuttosto che un luna park. All&#8217;entrata un&#8217;elegante ragazza poco più grande di loro, con fare cordiale, le invita ad accomodarsi nella sala d&#8217;aspetto. Porta loro un paio di bevande fresche, per conciliare l&#8217;attesa. L&#8217;odore è proprio quello ambulatoriale. Pareti verdi stinte, una fila di sedie di plastica lungo il perimetro della stanza. La porta che dà sull&#8217;esterno si chiude, portando dietro a sé l&#8217;ospitale  hostess. Le due ragazze restano sole per qualche minuto. Soltanto Giada fiuta la truffa: <em>“questo posto non ha nulla di divertente”</em>, pensa. Le pareti sono costellate di illustrazioni simil futuriste, tipo con alieni, piramidi, roba del genere. L&#8217;attesa si fa pesante quando, proprio dalla porta di fronte a loro, vien fuori, addobbato da film d&#8217;avventura tropicale, Tom Cruise.</p>
<ul>
<li><em>-  “Ma&#8230;sei tu? Tu TU TU TU TUUUUUU?” </em>Arianna è sbalordita.</li>
<li>”<em>Cazzo”</em> pensa 		Giada.</li>
</ul>
<ul>
<li>
<p>“<em>Si, sono io. Entrate.” </em><span>Risponde il divo con un 		italiano abbozzato. </span></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Forse è meglio se ce la 		teliamo”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Ma sei fuori? Oh, 		ciccia, SVEGLIA! Lo vedi anche tu o no, che abbiamo di fronte TOM 		CRUISE? E quando mi ricapita! Su dai, muoviti!”</em></p>
</li>
<li>
<p>“<em>Ok”</em></p>
</li>
</ul>
<p>Le due vengono accompagnate lungo un corridoio che porta ad una porta bianca che dal vetro fa trasparire una luminosissima luce.</p>
<ul>
<li><em>“È lì che ci stai portando?”</em></li>
<li><em>“Si, vi sto portando nella stanza della luce”</em></li>
<li><em>“Figata! La stanza della luce con Tom Cruise! Hai capito, Giaduzza? TOM CRUISE!</em></li>
<li>“<em>Si vabbeh.” </em><span>Fa 		Giada con disinteresse.</span></li>
</ul>
<p>Una volta dentro alla stanza della luce, meglio descrivibile come un grosso cubo di settanta metri quadri con al centro una mega lampada alogena che illumina a giorno l&#8217;intero ambiente, le due vengono invitate a sedersi.</p>
<p>Tom Cruise prende la parola con fare gagliardo ma decadente.</p>
<ul>
<li> “<em>Sentite, ragazze, qui 		c&#8217;è LA CRISI. Non ho mai visto una roba del genere in tutta la mia 		carriera. I soldi mancano, poi lo sapete, ora ho una famiglia da 		mantenere, sta cazzo di bambina, quella deficiente che spende 		miliardi in vestiti e c&#8217;ha pure la depressione. Insomma, avevo 		bisogno di arrotondare. Poi col cine non è che mi vada molto bene, 		le nuove leve chiedono meno e piacciono molto di più ai ragazzini. 		Ok non è che sia proprio a fine carriera, COL CAZZO! Però bisogna 		dire che qui la situazione è dura. Sai, se sei ricco devi poterti 		mantenere. Insomma, poi a me chiedere i soldi alle banche è sempre 		stato sul cazzo. Si ho anche messo quattro lire da parte, ma non ci 		faccio niente e quella spillasoldi di mia moglie se li ciuccia 		tutti. Sta depressa del cazzo. Beh dai un piccolo segno nella 		storia del cinema l&#8217;ho anche lasciato. Avete visto Vanilla Sky? Che 		fisico che avevo. Comunque, vi dicevo che non c&#8217;ho più una lira. 		Povero in  canna. Così ho iniziato a lavorare part-time qui. 		Insomma, lo volete fare sto cazzo di contratto con SCIENTOLOGY? Va 		che è una figata.”</em></li>
<li>“<em>Tom, con tutto il 		massimo rispetto: vai a pigliarlo in culo”</em></li>
</ul>
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