Posts Tagged ‘racconto’

La bacheca dei minerali

lunedì, gennaio 18th, 2010

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

La sua più entusiastica aspirazione in quel momento era che l’ora di educazione tecnica finisse in fretta. Erano passate le undici e venti, e nel suo apparire adolescente (vestiti larghi e dismessi, delle catene, una fibbia dell’Harley) vi era qualcosa di irrimediabilmente marcio.

Posò così la testa sul banco, in un pensiero lungo un’ora. Fantasticava sul pomeriggio, beato santissimo illibato pomeriggio post Simpson, perchè avrebbe avuto l’Ale come ospite “a studiare”. L’Ale era ricco, ricchissimo. Lui invece era benestante, una famiglia (devastata, ad esser seri) perbene ma con poche risorse. Antichi valori, soldi pochi.

Gli piaceva quando andava a studiare da lui Ale. Si sentiva come il padrone di casa che ospita una celebrità, o qualcosa del genere. Avrebbero guardato della tv, sgranocchiato qualche patatina e giocato al Nintendo.

Fu così, quasi per caso, che nel bel mezzo di quel pomeriggio di sole Ale notò a casa dell’amico una bacheca. Di quelle piccole, per tenere i profumini. Era una bacheca di minerali, passata al cugino più piccolo da un lontano parente ormai cresciuto ed appassionatosi alle consuete attività dei grandi: calcetto, auto, figa.

Gli chiese lumi, così il nostro mostrò lieto un librone impolverato che descriveva accuratamente, ma con caratteri giganti propri delle letture per ragazzi, le proprietà dei minerali in bacheca.

La situazione non durò più di cinque, forse sei minuti.

Non si videro per secoli, i due. Ale si era trasferito a Perugia, e si sentivano per telefono soltanto quando le mamme avevano qualcosa da raccontarsi.

Resta il fatto che si rividero ormai trentenni ad una cena con vecchi compagni di scuola. Fu notevole il primo argomento di discussione tra i due. Ale si era iscritto e laureato in Chimica dei materiali, perché si appassionò alla geologia e ai minerali in un caldo pomeriggio di Aprile a casa di un amico, quando il più eclatante gesto di rivolta era disegnare a matita cazzi giganti sul banco.

Non aveva mai visto il mare

lunedì, dicembre 14th, 2009

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Non aveva mai visto il mare, eppure lo poteva sfiorare con l’immaginazione, immergervisi dentro come un pesce e nuotarvici come un giovane delfino. Tutto questo accadeva nella vasca da bagno il mercoledì, giorno di pulizia, di ristoro e di faccende domestiche.

La scuola andava e non andava, l’insegnante gli aveva annunciato la mattina stessa che il giorno seguente si sarebbe svolto il tema. “Un momento importante della tua vita”, citava il titolo. Fu così che riprese dopo anni, forse secoli dallo scaffale quel tomo (a lui pareva immenso, in realtà erano meno di centocinquanta pagine) e prese a sfogliarlo. Era “La ricerca dell’Assoluto” di Balzac. Aveva ancora i capelli umidi del bagno, ed uno spiffero disturbava la sua nuca come sottili dardi di ghiaccio, mentre rileggeva le parti sottolineate chissà quanto tempo fa da chissà chi.

Socchiuse la finestra, l’inverno parigino era oramai alle porte, e non mancava di bussare insistentemente al calare del sole.

Resta il fatto che il tema andò davvero male. Era l’ultima chance, prima del termine del semestre, annunciò la settimana prima la maestra. I genitori non la presero bene. Lui giurò di non aver copiato, ma nessuno gli credette. (continua…)

Una notte di cinquant’anni

sabato, ottobre 24th, 2009

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Si era da poco addormentato dopo una festa in casa di un’amica. Le solite feste con un mucchio di gente che non lasciano spazio al dialogo, quelle feste in cui la parte più animale di ogni persona la fa da padrona. Quelle feste dove si comunica più fisicamente che verbalmente.

Gente nuova, leoni e prede.

Erano tutti attorno ad un divano giallo e mettevano in atto riti pagani postmoderni, come il gioco della bottiglia, le carte da gioco, la gara a chi beve di più. Qualcuno a fine serata l’aveva portato a casa in automobile, sin dall’altra parte della città. Si era divertito, anche se a dire il  vero aveva in testa solo quel lavoro che doveva arrivare, doveva arrivare ma ancora non arrivava.

Le feste in casa erano un utile, sofisticato palliativo in tempo di crisi: cinque euro, due Heineken da sessantasei dai cinesi, e la serata era fatta. In quel periodo nessuno aveva un euro, così ci si arrangiava. Il primo che aveva la casa libera, organizzava qualcosa, qualcosa di semplice, solitamente. Il clou di quella serata furono le crêpes alla nutella. Una delizia. (continua…)

Radersi è la manifestazione quotidiana della nostra sconfitta.

venerdì, settembre 18th, 2009

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Era un poco infastidito da una zanzara mentre spalmava l’Allume di Rocca sulla sua pelle appena rasata e piena zeppa di tagli all’altezza del mento. Non si vedevano, le ferite, ma bruciavano terribilmente.

Pensava, pensava che odiava fare quel mestiere tutte le settimane, odiava l’Allume che bruciava le ferite, il rasoio che non era mai in perfetto stato e graffiava la pelle senza sorvolare sulle sue imperfezioni. Odiava la sigaretta che si inzuppava di acqua e schiuma da barba, ed il freddo che dalla finestra si insinuava sino al suo corpo nudo, provocandogli una sensazione di malessere. (continua…)

Il falò

sabato, luglio 18th, 2009

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

“Stanotte, che sia, sarà una folle notte”, urlava Caterina di fronte a me, tra il falò ed il mare. Saltava e girava su se stessa sino a perdere l’equilibrio, avvolta da un pareo bianco latte e un costume rosso come il cuore. Eravamo una decina, in maggioranza tedeschi, amici del campeggio. La notte era nostra, come era nostra la chitarra ed il fumo. Le stelle brillavano forti e luccicanti in un blu profondo e senza fine. L’odore era quello dei falò sulla spiaggia, la vista annebbiata da vino rosso e biscotti Mulino Bianco a fare da tappo. Era la libertà. Ci sentivamo stranieri nella nostra nazione, parlando un inglese intercalato da espressioni dialettali bresciane. (continua…)

La telefonata

venerdì, luglio 17th, 2009

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Riprendo in mano il telefono e cerco il suo nome in rubrica. So che non dovrei chiamarla ma sento che devo farlo. Non può essere sempre così. Ogni volta, la stessa storia. E ora che ho ventitrè anni, è ora di dire basta. Penso che sia la mia principessa e poi alla festa della scuola limona col trombettista della band. Accade sempre. Devo iniziare a suonare. Vorrei essere sul palco, non sotto. Lui mi guarda e ride. Odio chi suona, come odio i bagnini, gli animatori e i maestri di sci. Sopra il palco ti elevi. Sotto il palco, sei una groupie. Più vicino stai, più loro lo sentono, e godono. Sotto il palco mi sento un gay. Loro lo sentono. (continua…)

[18:25] Fender Jaguar

giovedì, luglio 16th, 2009

Conosceva il Ludo da anni. Un paio di stagioni al liceo, prima che cambiasse scuola. In tanti anni, sempre lo stesso stronzo. Nulla a che vedere con la stronzaggine di classe. Quella stronzaggine che si applica con le tipelle per far capire chi comanda in questa casa. Lui era proprio cattivo. Di quelli che al liceo si portava il coltello in tasca, e a calcio ti falciava da dietro, quando giocavi sul cemento al parchetto. Una brutta persona. Ma come tutte le brutte persone, faceva tenerezza. Più che tenerezza, era uno strano sentore di pena.

Lo Stronzo suona alla porta che sono le undici. Damien stava ancora nel fantastico mondo del sonno senza sogni. Quello che solo l’erba ti regala.

Simile a quello post orgasmo. (continua…)

[18:25] Il caffè dell’università

giovedì, luglio 16th, 2009

Era da un pezzo che andava in uni a studiare con il Renz. Erano amici di non-studio. La biblio era infatti un gran bel pullulare di ghefi. E con questo freddo spaccaossa, niente di meglio del caldo e accogliente tepore della biblio. Anche oggi si erano sentiti via telefono, dopo la mezza, per accordarsi sull’orario dell’incontro, fissato poi verso le tre variabili alla fermata di Piazza Lima.
Si perché tra Damien e i suoi seguaci vigeva una legge non scritta sulla facoltà di ritardo agli appuntamenti. Esisteva il quarto d’ora prestige. Diciamo massimo un venti minuti scarsi. Il ‘Dam era sempre in ritardo. Spesso in ritardo anche sul ritardo. Una tipella una volta lo mollò per questa sua propensione all’arrivare in ritardo. Roba da uscirci pazzi. E lo sapeva.

Pensava: “..Allora tanto vale darsi i puntelli in ritardo, cazzo!”

Il Renz era un tipo perbene, di buona famiglia. Puntuale. Parlava come un gentleman inglese, ed era ordinato nel vestire e nei movimenti. (continua…)

[18:25] Mezzi di trasporto

giovedì, luglio 16th, 2009

Era appena rincasato. Di quelle sere che volavano, tra qualche canna di erba e litrate di Martini bianco. Rigorosamente di frigo.

Tre cazzo di ore per un parcheggio. Cristo odiava la zona per questo.

L’avrebbe presa e sbattuta nel cesso, quel rottame.
Di certo non poteva mica andare in giro in bici, e del motorino neanche a parlarne.
Si, qualche idea su un motorello di classe l’aveva pur fatta, ma solo un’idea. Se poi doveva portare a zonzo una stella, come cazzo faceva? No zero, motorini. Roba da poco.
Chiude la porta, tre giri. Uno. Due. Tre. Abitudine. Quei cazzo di ladri-tossici-immigrati clandestini avrebbero dovuto suonare il campanello, per entrare.

Non come al cortile. Al cortile rubano le bici. Rubano le bici solo perché in cortile ci sono solo bici. E gatti randagi che ingurgitano pattume. Le bici sono vecchie e fosse per lui finirebbero tutte quante in un cesso. Tanto te la rubano. Sempre. A volte si svegliava dal rumore delle tenaglie idrauliche su quei cazzo di lucchetti di gommapiuma da vecchi. Lui la bici l’ha sempre tenuta in cantina. Chiamatelo pazzo. (continua…)

Breve storia di [nome segreto]

giovedì, luglio 16th, 2009

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Ha un nome, ma non ve lo posso dire. E’ un nome segreto, che viene dall’est Europa e che ho sentito per la prima volta verso i quindici. “Che cazzo di nome del cazzo”, pensai. Lui era sicuro di sé e spaccava. Aveva un sacco di ragazze ma le picchiava. Ad una ruppe il naso. Sempre a lei, la perseguitava. Si faceva trovare di notte sotto casa sua e se lei non apriva rigava le automobili dei vicini con una chiave. Eravamo piccoli ma già guidava una macchina gigante, da spacciatore colombiano, bianca, del novanta. Era un personaggio ipnotico.

A quindici anni aveva già: subito un processo (forse due) guidato fatto paracadutismo avuto rapporti non protetti era andato in vacanza da solo aveva il cellulare. Il cellulare. Motorola, ricordo. Era il novantasei. Ce n’erano tre in Italia: uno apparteneva all’Avvocato Agnelli, uno al mio zio ricco e il terzo a lui. Chiamava anche se andava tutto sul conto del padre. (continua…)