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Sulla Fotografia

Saggio Breve di Emanuele Barboni

La fotografia è un’arte. Lo dicono un sacco di libri. Io penso di aver iniziato a fotografare per la paura di diventare grande. I miei tenevano libri enormi con migliaia di foto di viaggi in un cassetto. Quel cassetto è ancora là, e ogni tanto lo apro. In quelle foto era racchiuso il loro mondo così anni settanta, fatto di occhiali bizzarri, frange e lusso al club Mediterranee. Penso di aver fatto la prima foto vera intorno ai dodici anni. Non è stato amore a prima vista, proprio come per la musica. Mio padre era un patito di fotografia e in un certo senso mi ha passato questo hobby. Ma come in tutte le cose, non lo ammetterò mai. Io ho iniziato a fotografare perchè avevo voglia di iniziare a fotografare. E basta.

Sono sempre stato legato ai ricordi fotografici. Tante cose le ho vissute solo in foto. E ancora oggi i ricordi reali si confondono con quelli fotografici. Bene o male dai dodici anni in poi ho utilizzato la macchina fotografica come un qualsiasi ragazzino. Qualche foto la sera al mare, qualche ragazza, qualche concerto. Ricordo a tal proposito le foto che feci al concerto degli Offspring a Milano. Avevo penso quindici anni. Tutte piccole e mosse. Una vera delusione. Proprio come quelle dell’MTV Music Awards a Milano, qualche tempo prima. Insomma, fotografavo poco e male le cose che mi andava di ricordare. Ero un ragazzino, tutto sommato. Poi un giorno mio padre mi regalò una Epson a un megapixel. Avevo diciassette-diciotto anni. Un vero catorcio ora, una straordinaria e avveniristica macchina fotografica per i tempi. Le cose erano cambiate, e il digitale iniziava a compiere i primi passi. Passai a una Minolta E203, poi a una innumerevole serie di compatte delle quali ora non ricordo né marca né modello. Fu allora che iniziai a fotografare per davvero. Dieci, cento, mille foto. I miei amici dell’università impazzivano solo all’idea. Sono sempre stati loro i miei modelli. Li trovo bellissimi. Ora, che sono passati cinque o sei anni, conosco ogni singolo dettaglio del loro volto, il loro lato migliore, i loro piccoli grandi difetti. Se sono diventato un buon fotografo, è certamente merito della loro pazienza. Continua a leggere

Dalla mia tesi su Kantor e la fotografia di scena…

“..Dico questo perché Buscarino, fotografando la scena di Kantor, necessitava certamente di obbiettivi molto luminosi, al fine di sfruttare al massimo le precarie condizioni di luce sulla scena. Ma tornando all’utilizzo di ottiche, sono dell’idea che Buscarino utilizzasse obbiettivi a messa a fuoco manuale. Non so se esistessero già ottiche con messa a fuoco automatico nel 1977, ma in tal caso la scelta sarebbe ricaduta su quelle manuali. Infatti con una messa a fuoco manuale è possibile sperimentare tipologie di messa a fuoco innovative e sperimentali. Il campo ottico diviene un campo da gioco dove il fotografo può permettersi di sperimentare girando la ghiera.

Vediamo allora che un personaggio in secondo piano appare lucidamente a fuoco, a differenza dell’oggetto in primo piano. Il gioco dei campi è di fondamentale importanza in questo lavoro. Lavorare in questa maniera richiede però una certa conoscenza dell’apparecchio, oltre ad una notevole celerità manuale per cambiare la messa a fuoco, soprattutto di fronte a soggetti in movimento. Il discorso sulla messa a fuoco manuale vale perfettamente per le fotografie che appartengono alla branca dei ritratti d’artista, o in definitiva, per immagini realizzate con zoom da una certa distanza. Attenzione alla messa a fuoco, alla tempistica di esposizione e all’immobilità dell’apparecchio.
Discorso diverso per le immagini realizzate con ottiche grandangolari, ossia a focale corta…”

Sull’irragionevolezza del concetto di totalità nell’esperienza (saggio breve, 2008)

Saggio breve di Emanuele Barboni

L’uomo è per sua natura destinato a non vivere esperienze totali. Ogni persona è il risultato delle proprie esperienze quotidiane. Nel reale ognuno di noi raggiunge differenti livelli di soddisfazione nei più diversi ambiti: lo studio, il lavoro, la creazione artistica. L’esperienza in sé e per sé può portare soddisfazione, nel momento in cui viene vissuta.

Alla base di questa riflessione si pone il concetto, umano e relativo nella natura stessa del termine, di soggettività. La soggettività è un filtro suadente che limita in maniera morbida l’impossibilità umana di raggiungere la completezza dell’azione, sempre relativa. Continua a leggere

Sulla divisione del mondo in classi, o sulla concretezza del genio-filosofo (saggio breve, 2008)

Saggio breve di Emanuele Barboni

“Alla base del pensiero filosofico di Eraclito c’è la contrapposizione fra la mentalità degli uomini comuni, i dormienti appunto, e i sommi filosofi, che rappresentano gli svegli, ossia quelle persone, che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso intrinseco delle cose”. Wikipedia

Ero in terza o quarta superiore quando, studiando filosofia, mi sono accorto che il mondo è davvero diviso in due grandi classi. Eraclito li chiama gli svegli (i filosofi) e i dormienti (la gente comune). Lungi da me ritenermi uno sveglio (o un dormiente). Come in ogni cosa, sono gli altri i migliori giudici della tua persona. Parlerò in questa sede della mia personale esperienza con persone di una certa caratura, che considero superiori alla maggioranza delle persone. Quelle persone che ritengo speciali, fuori dagli schemi, in un certo senso geniali. Continua a leggere

Sull’innocenza o l’adulta fanciullezza (saggio breve, 2008)

Saggio breve di Emanuele Barboni

Da piccolo non mi raccontavano le favole. Non so perchè, ma non mi ricordo nemmeno di una favola prima dei dieci anni. La prima è stata Pinocchio del Collodi, che ci fece leggere una maestra alle elementari per poi riassumerla. Io non sapevo fare i riassunti e la copiai paro paro dal libro. Ci misi una notte intera, perchè non sapevo concettualmente cosa fosse un riassunto. Per la cronaca, il compito andò bene ma ci impiegai qualche altro anno a comprendere il significato della parola “riassunto”. Poi arrivò Propp e fu un colpo al cuore. Ero al primo anno di università, penso. Ma come, le favole hanno anche delle regole? Lo step due fu lo studio delle presunte insinuazioni sessuali nella favola di Cappuccetto Rosso. Pensa te. Niente favole da bambino, e quando arrivano da grande, mi dicono che sono tutte regolate da delle costanti e che il sesso è insito in ogni racconto. Mah. Perlomeno avevo studiato Freud, e non fu poi così scioccante. Continua a leggere

Sulla fotografia (saggio breve, 2008)

Saggio Breve di Emanuele Barboni

La fotografia è un’arte. Lo dicono un sacco di libri. Io penso di aver iniziato a fotografare per la paura di diventare grande. I miei tenevano libri enormi con migliaia di foto di viaggi in un cassetto. Quel cassetto è ancora là, e ogni tanto lo apro. In quelle foto era racchiuso il loro mondo così anni settanta, fatto di occhiali bizzarri, frange e lusso al club Mediterranee. Penso di aver fatto la prima foto vera intorno ai dodici anni. Non è stato amore a prima vista, proprio come per la musica. Mio padre era un patito di fotografia e in un certo senso mi ha passato questo hobby. Ma come in tutte le cose, non lo ammetterò mai. Io ho iniziato a fotografare perchè avevo voglia di iniziare a fotografare. E basta. Continua a leggere

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