lavoro

Lavorava fino a tardi, quella sera.

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Lavorava fino a tardi, quella sera. Aveva bisogno di quattrini e si concedeva estenuanti straordinari in quel fast food che pensava sarebbe stata la sua tomba. Nell’ ombra dell’ 1:34 la testa era china sull’asfalto, i pensieri gironzolavano altrove. I passi verso la fermata scandivano i secondi. Progetti, mille progetti, la maggior parte irrealizzabile. Voleva fare l’artista, lui. Ma senza soldi non si canta la messa, senza soldi non vivi.

Poi c’era la crisi.

Una folta schiera di neo-laureati stipati in call-center, ristoranti e centri commerciali. “Dovremmo ribellarci”, pensava.

La sostitutiva tardava a passare. Il freddo iniziava a farsi sentire, dalle mani alle orecchie, al naso. Sulle lenti degli occhiali qualche goccia di pioggia compremetteva la visuale. Il pacchetto di Merit indica il livello di emergenza, quota due. Si accende la penultima sigaretta del mazzo, decide di farlo.

Prende coraggio, chiude gli occhi, apre lo zaino e si lancia in una folle corsa verso l’ignoto. Immagini veloci scandiscono il passato, il presente, il futuro. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per dormire. Bisogna agire. Idee sconnesse che avranno valore in un altro momento, in un altro istante, in un altra realtà. Le parole sono urlate da un individuo invisibile dritte all’orecchio con scorcentante chiarezza, illuminante fervore.

Solo la luce degli abbaglianti lo risveglia da quell’esperienza così totalizzante. La sostitutiva che lo porterà a casa è arrivata. Chiude il libro, timbra, e si risveglia al lavoro.

Di nuovo.

Una notte di cinquant’anni

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Si era da poco addormentato dopo una festa in casa di un’amica. Le solite feste con un mucchio di gente che non lasciano spazio al dialogo, quelle feste in cui la parte più animale di ogni persona la fa da padrona. Quelle feste dove si comunica più fisicamente che verbalmente.

Gente nuova, leoni e prede.

Erano tutti attorno ad un divano giallo e mettevano in atto riti pagani postmoderni, come il gioco della bottiglia, le carte da gioco, la gara a chi beve di più. Qualcuno a fine serata l’aveva portato a casa in automobile, sin dall’altra parte della città. Si era divertito, anche se a dire il  vero aveva in testa solo quel lavoro che doveva arrivare, doveva arrivare ma ancora non arrivava.

Le feste in casa erano un utile, sofisticato palliativo in tempo di crisi: cinque euro, due Heineken da sessantasei dai cinesi, e la serata era fatta. In quel periodo nessuno aveva un euro, così ci si arrangiava. Il primo che aveva la casa libera, organizzava qualcosa, qualcosa di semplice, solitamente. Il clou di quella serata furono le crêpes alla nutella. Una delizia. Continua a leggere

Non lamentiamoci: se le cose vanno così, è solo colpa nostra

Premessa: non voglio assolutamente che questo articolo venga letto in chiave politica, razzista o classista. Non sono comunista, non sono fascista, non sono un verde e nemmeno un democristiano. Sono solo un ragazzo di ventotto anni che cerca di capire qualcosa della situazione italiana attuale, perchè semplicemente ha percepito che le cose non vanno poi così bene e vorrebbe indagarne le ragioni.

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Italiani, facciamoci un pò schifo. Su, dai, che ce lo meritiamo. Chi più chi meno, ma siamo tutti comparse dello stesso film.

Stiamo davanti ai nostri televisori piatti, al plasma o lcd, e guardiamo Novantesimo minuto e Buona domenica. A noi piace questo. Piace andare in Sardegna d’estate. Piace la nightlife ed il calcio. Piace la figa, la pasta, l’auto nuova,  la coca e cazzeggiare al lavoro.

Agli italiani basta poco.

Siamo un popolo che si accontenta. L’italiano cerca la tranquillità economica ed emozionale, la stabilità. Nel sangue non ha l’altruismo, il bene collettivo: all’italiano basta avere un piatto di minestra, il suo piatto di minestra, a fine giornata. Perchè si campa a tirare avanti. Da sempre. Continua a leggere

Agenzie interinali

Sono andato all’agenzia per il lavoro interinale chiedendo un posto di lavoro.
Mi sono anche pettinato.

Gli espongo i miei studi e le mie esperienze lavorative: guardimisonolaureatoagiugnoma sono dieci annichelavorohofattounpòditutto.

“Guardi, se vuole c’è una nostra sede in Piazzale Lotto che si occupa di telemarketing. Porti il curriculum stampato”.

“Grazie, arrivederci”.

Ladies and gentleman … The Offspring!

Il biglietto l’abbiamo comperato più di due mesi fa. Certo, ne vale la pena se si pensa che gli Offspring hanno venduto trentacinque milioni di copie, oltre ad aver plasmato un’intera generazione di punk, alternativi, nerd e ragazzini nati tra i settanta e gli ottanta (me compreso). Al liceo esistevano solo loro, i Rancid e i Greenday. Poi sono arrivati i Blink 182. Poi il buio.

Qui si parla degli anni novanta, non di Hit That. Quello che è stato fatto dopo l’album Americana, chiunque lo sa, è stato fatto con uno spirito diverso. Americana rappresenta il passaggio, tra gli Offspring giovani, veloci ed incazzati a quelli più mainstream e pop-punk. Ciò nonostante, resta un buon album. Smash, Ixnay on The Hombre, Offspring. I primi tre album “veri” hanno segnato una generazione che usciva dagli anni ottanta senza punti di riferimento. Per chi aveva qualcosa da dire, esisteva solo il punk ed il grunge. Rabbia, tanta, in connubio con tematiche sociali e distruttive. Ma anche spensieratezza e spasso su ritmiche ska. Continua a leggere

Sul ritorno ad un approccio antico nella sfera del tempo libero

Torneremo, e tutti, ad una passata e molto più sincera forma di intrattenimento ludico. La società moderna crea inutili ed innumerevoli forme di nuovi bisogni. A coadiuvare questo meccanismo si aggiunge la pubblicità, che induce a convincersi di un eventuale (e sovente futile) necessità di un dato prodotto o servizio.

Mi spiego meglio.

L’umanità ha vissuto migliaia di anni senza quelle forme di intrattenimento tipiche del nostro secolo, il novecento, le cui radici storiche e tecniche derivano dall’ultima rivoluzione industriale. In tutto questo meccanismo, il capitalismo dell’intrattenimento ha fallito. Certamente, una forma di capitalismo commerciale è sempre esistita sin dagli albori dell’intelligenza umana, è ovvio. E’ ovvio che da sempre esistono i commercianti, coloro che acquistano (o producono da sè) e rivendono. Ma il settore dell’intrattenimento del Novecento ha progressivamente messo in oscuro i suoi buoni propositi (mi permetto di pensare: “godete del vostro tempo libero in maniera migliore e più soddisfacente”). Continua a leggere

Punkreas e Pornoriviste: rivalsa punk | Magmusic

Gli ultimi, annebbiati ricordi mi riportano a qualche anno fa, in un caldissimo concerto al C.S.A. Kantiere di Milano. Pornoriviste. Un nome che, per chi ha la mia età e un pò il punk (anche nostrano) l’ha vissuto, non può suonare nuovo. Certo, era la musica che ascoltavo quando avevo diciassette o diciotto anni, al liceo o poco dopo, ma cosa importa? Importa che loro ci sono ancora, incazzati, sempre presenti. Emozionano ora come allora.

Ma sgomitoliamo le idee in senso cronologico.

Ci troviamo nel bel mezzo di una tempesta, mentre in data venerdì 24 luglio 2009 ci dirigiamo verso lo Spazio Carroponte di Sesto San Giovanni (inciso, doverosissimo inciso: un plauso al Comune di Sesto. Avete fatto più concerti voi a luglio che il MazdaPalace in un anno. E li avete fatti bene, con prezzi accessibili e in uno spazio, il Carroponte appunto, davvero suggestivo) coi tergi a manetta e la strada completamente allagata. Mancano pochi minuti alle ventuno e trenta e tutto fa pensare al peggio. Il cielo è nero e l’acqua scende a secchiate. Attimi di sconforto. Le Pornoriviste e i Punkreas, stasera. Non li vedo da una vita, e più che un tuffo nel passato viste le condizioni meteo mi pare di fare un tuffo dalle rive del Po.

Poi, nell’arco di venti minuti, tutto cambia. Il cielo si rasserena e l’area, sino a poco prima deserta, inizia a popolarsi di personaggi squisitamente underground. Di gente ce n’è: viste le prospettive, è quasi un miracolo. Continua a leggere

[18:25] Il caffè dell’università

Era da un pezzo che andava in uni a studiare con il Renz. Erano amici di non-studio. La biblio era infatti un gran bel pullulare di ghefi. E con questo freddo spaccaossa, niente di meglio del caldo e accogliente tepore della biblio. Anche oggi si erano sentiti via telefono, dopo la mezza, per accordarsi sull’orario dell’incontro, fissato poi verso le tre variabili alla fermata di Piazza Lima.
Si perché tra Damien e i suoi seguaci vigeva una legge non scritta sulla facoltà di ritardo agli appuntamenti. Esisteva il quarto d’ora prestige. Diciamo massimo un venti minuti scarsi. Il ‘Dam era sempre in ritardo. Spesso in ritardo anche sul ritardo. Una tipella una volta lo mollò per questa sua propensione all’arrivare in ritardo. Roba da uscirci pazzi. E lo sapeva.

Pensava: “..Allora tanto vale darsi i puntelli in ritardo, cazzo!”

Il Renz era un tipo perbene, di buona famiglia. Puntuale. Parlava come un gentleman inglese, ed era ordinato nel vestire e nei movimenti. Continua a leggere

[18:25] Mezzi di trasporto

Era appena rincasato. Di quelle sere che volavano, tra qualche canna di erba e litrate di Martini bianco. Rigorosamente di frigo.

Tre cazzo di ore per un parcheggio. Cristo odiava la zona per questo.

L’avrebbe presa e sbattuta nel cesso, quel rottame.
Di certo non poteva mica andare in giro in bici, e del motorino neanche a parlarne.
Si, qualche idea su un motorello di classe l’aveva pur fatta, ma solo un’idea. Se poi doveva portare a zonzo una stella, come cazzo faceva? No zero, motorini. Roba da poco.
Chiude la porta, tre giri. Uno. Due. Tre. Abitudine. Quei cazzo di ladri-tossici-immigrati clandestini avrebbero dovuto suonare il campanello, per entrare.

Non come al cortile. Al cortile rubano le bici. Rubano le bici solo perché in cortile ci sono solo bici. E gatti randagi che ingurgitano pattume. Le bici sono vecchie e fosse per lui finirebbero tutte quante in un cesso. Tanto te la rubano. Sempre. A volte si svegliava dal rumore delle tenaglie idrauliche su quei cazzo di lucchetti di gommapiuma da vecchi. Lui la bici l’ha sempre tenuta in cantina. Chiamatelo pazzo. Continua a leggere

Breve storia di [nome segreto]

[OGNI RIFERIMENTO A PERSONE, LUOGHI O COSE E' DA INTENDERSI PURAMENTE CASUALE]

Ha un nome, ma non ve lo posso dire. E’ un nome segreto, che viene dall’est Europa e che ho sentito per la prima volta verso i quindici. “Che cazzo di nome del cazzo”, pensai. Lui era sicuro di sé e spaccava. Aveva un sacco di ragazze ma le picchiava. Ad una ruppe il naso. Sempre a lei, la perseguitava. Si faceva trovare di notte sotto casa sua e se lei non apriva rigava le automobili dei vicini con una chiave. Eravamo piccoli ma già guidava una macchina gigante, da spacciatore colombiano, bianca, del novanta. Era un personaggio ipnotico.

A quindici anni aveva già: subito un processo (forse due) guidato fatto paracadutismo avuto rapporti non protetti era andato in vacanza da solo aveva il cellulare. Il cellulare. Motorola, ricordo. Era il novantasei. Ce n’erano tre in Italia: uno apparteneva all’Avvocato Agnelli, uno al mio zio ricco e il terzo a lui. Chiamava anche se andava tutto sul conto del padre. Continua a leggere

Ho conosciuto Pino Scotto

Oggi ho conosciuto Pino Scotto.

Proprio così. Ero alla conferenza stampa per un festival a Sesto di questi giorni, e l’ho conociuto. Abbiamo parlato un pò. Ero con Zano e Zanna al telefono dalla Costa Luminosa voleva che glielo passassi.

Molti di voi lo conosceranno per le imprecazioni sui Tokio Hotel, ma quest’uomo ha fatto ben altro nella (e della) propria vita.

Quello che apprezzo di lui è la costanza. Costanza nel criticare, nel mandare a fare in culo tutti e tutto. Nel costruirsi un’immagine, certo, ma anche di saperla mantenere inalterata negli anni. Non è un eroe nazionale, nonostante sia una persona intelligente, molto intelligente. Ricordiamo che per criticare bisogna avere delle solide basi conoscitive. Bene, sulla musica lui le ha. E critica. Pare un uomo di cuore e di impulso, forever young, ma la sua barba incolta racconta si di serata alcoliche tra droga e puttane, ma anche di un uomo che si sbatte, lavora, calca i palchi un giorno si e l’altro pure. E’ faticoso, come lavoro. Lo so bene anche io, da musicista. Continua a leggere

Limp Bizkit & Faith No More: che spettacolo! | Magmusic

Ci aspettavamo tutti un mega festival all’Idroscalo di Milano, ma alla fine ci si è ritrovati al PalaSharp (al chiuso, con un buon numero di posti in meno rispetto alla location usuale), causa problematiche con la Provincia. Iniziamo con il piede sbagliato dunque, sin dalla metà di maggio. La motivazione dello spostamento? Non la conosciamo, ma andiamo per intuizione: in quei giorni si votava, e la propaganda elettorale era al massimo della sua potenza. Caso fortuito o tragica coincidenza? Con il senno di poi possiamo dire che i disagi ci sono stati, eccome. Ho seguito il festival nel 2007, l’edizione con i NOFX, per intenderci, e seguire la medesima manifestazione nella giornata di domenica 14 giugno 2009 ha avuto riscontri contrastanti.

Superiamo i cancelli verso le 18:30 e dopo i saluti di rito all’organizzazione (Chiara, della Propaporomoz, grande estimatrice di MagMusic) iniziamo a guardarci intorno. Nell’area circostante il palazzetto tutto fila liscio: il palco sopraelevato della RedBull dove si sarebbero esibiti molti artisti “da second stage“, una miriade di stand di birre e hot dog, qualche distro indipendente. Fino a qui, tutto bene (Cit. “L’odio (La Haine)”,1995, Mathieu Kassovitz). La gente è tanta e mi soffermo sulle t-shirt dei partecipanti. Trovo estremamente interessante l’analisi dei personaggi che popolano l’universo rock. Continua a leggere

Notte prima degli esami …

Mi sono svegliato presto, questa mattina. Mio padre è venuto a portarmi il completo, la camicia, la cravatta. Vorrei essere già lì, non alla fine: nel mentre. Sono le sei da due ore, e non riesco a dormire. Steso sul letto, tante parole mi disturbano il sonno.

Kantor -  Buscarino -  fotografia -  memoria – elementi extra diegetici – bob wilson.

Domani parlerò, ma vorrei declamare. Declamare anni di sacrifici, di rinunce, di tensione. Anni di soddisfazione, tanta.

Domani a quest’ora, chi lo sa come sarò.

Penso che piangerò, ma per la commozione di aver raggiunto un traguardo importante. Tutto qui. Dovrei pensare al lavoro, al mio futuro, ma non ce la faccio. Il tempo è come sospeso, ogni secondo ne conta cinque, Rifletto, ma non riesco a concentrarmi. Il discorso nemmeno l’ho ripetuto. Domani improvviso, perchè proprio non ce la faccio. Chiudo gli occhi, decido di uscire.
Un gelato melone e yogurt mi solleva, per un secondo. Fuori è afa ed il gelato inizia subito a gocciolare. Lo mangio di fretta, e ciò mi procura un leggero mal di testa. Nemmeno il tempo di buttare il fazzoletto che mi accendo una Philip Morris “gialla”. Per me sono le sigarette delle occasioni speciali. Da stamattina, la diciottesima.

Torno in casa e mio fratello è sempre lì, davanti al suo computer. Sto soffrendo il caldo e parecchio. Vorrei accendere il condizionatore, ma forse è troppo. La rasatura di stamattina un pò mi brucia. La barba la tengo. Vorrei poter capire quanto e cosa ho fatto. Mia zia al telefono: domattina non ci sarà. Non poteva chiedere la mezza giornata. Ci sarà domani sera. La gente mi parla ma io non li ascolto. Mi rendo conto di essere teso, il mio corpo trema in maniera leggera ma inesorabile.

Aggiorno Firefox in maniera compulsiva, ma nulla cambia su Facebook. Le tesi sono stampate, e ho già visto degli errori. Tra poco sono a cena, ma non ho fame. Forse per il gelato. Domani alle nove e un quarto ci sarò, perchè l’importante è esserci.

Ma da dopodomani inizia qualcosa di crudelmente nuovo che, a dire il vero, un pò mi fa paura.

L’importanza degli elementi extra-diegetici nella fotografia dello spettacolo

Altro discorso vale per gli elementi extra-diegetici, ossia non scenici, non appartenenti al racconto che ha luogo in scena. La fotografia di questi elementi è sempre stata sottovalutata, come detto in precedenza, a causa della tendenza antropocentrica della fotografia di scena. Posso dire, anzi, che più che sottovalutata, è stata ignorata.

Penso che l’immortalare elementi non direttamente riconducibili alla messa in scena sia un campo d’analisi vergine e stimolante nell’ambito della teoria della fotografia. D’altronde, è necessario porre subito una netta distinzione tra ciò che appartiene al mondo della finzione scenica e ciò che ne rimane fuori. In linea di massima possiamo enunciare che, nello spettacolo teatrale, tutto ciò che risiede sopra il palcoscenico nell’atto della messa in scena può ritenersi inerente all’enunciazione scenica (scenografia, attori, praticabili ecc.). Il pubblico, ad eccezione degli spettacoli happening e incentrati sulla partecipazione, è da considerarsi a ragione elemento altro.

Discorso differente per lo spettacolo musicale, ove il pubblico ricopre un ruolo fondamentale per la riuscita dello stesso. In questo caso, parleremo del pubblico come elemento diegetico.

Ma di cosa è fatto uno spettacolo? Cosa importa fotografare? Continua a leggere

- CRISI + SORRISI

La crisi c’è. Ce la mostrano in tv ogni sera. E se lo dice la tv, una notizia è vera per forza di cose. Penso, dunque: “cosa posso fare per rimediare a questa crisi?”.

Nulla, mi rispondo.

Non ho un azienda non ho un lavoro non faccio il setteetrenta non ho l’abbonamento atm non ho dipendenti non firmo contratti non ho una casa ho il cellulare rotto e mando curriculum sui siti di internet e nessuno mi risponde neanche per caso

Certo non spendere, come suggerisce il boss, dato che di soldi non ce n’è. Allora mi viene da pensare che questa crisi potrebbe essere un nuovo stimolo, almeno per chi come me ancora vive di progetti. Uno stimolo ad eliminare il superfluo, il vecchio. Eliminare quelle piccole e logoranti abitudini quotidiane, quelle spese inutili da due euro che a fine mese, a noi giovani, fanno la differenza sul conto in banca.

Esco di casa, colazione giornaliero atm caffè in università sigarette qualche fotocopia in biblioteca cazzo avevo venti euro ora ne ho quattroecinquanta.

Personalmente, cerco di vedere i lati positvi del non avere un euro in tasca. Ad esempio non spendo più una marea di soldi in cocktail o sigarette, e invece che andare a ballare, mi ritrovo in casa con amici, qualche birra dell’Unes, Winamp a palla e tanta simpatia. Vado al parco e mi diverto un mondo. E mi porto i panini col prosciutto e la fontina.

Questa crisi oltre che uno stimolo è un segnale chiaro.

Basta superficialità, cazzo.

Ad esempio, la vita notturna a Milano è ridicola. Totalmente ferma agli anni ’80. La Milano da bere, nel 2009, è la caricatura di sè stessa. Appariscente, godiva. Continuate a riempire il Tocqueville, ragazzine universitarie del sud, perchè è questa la Milano dei rotocalchi. Spendete dieci euro per un cocktail annacquato all’Hollywood, che magari beccate Inzaghi.

A Milano ci sono un milione di locali. ogni settimana ne aprono uno nuovo. Bene. Sono tutti vuoti.

La crisi ci sta rendendo molto selettivi.

La gente ha bisogno di parchi, aria aperta, luoghi pubblici e liberi, frisbee, birre a un euro. La gente vuole fare i botellon, la gente non ha soldi! Vuole tornare alla dinamica del bar sotto casa, l’illusione degli anni ’80 è svanita, solo i ciechi non se ne sono accorti!

La bolla è scoppiata!

Insomma: c’è la crisi, lo abbiamo capito. Ma ci si può divertire anche senza un euro in tasca, perchè basta un sorriso e qualche buon amico per farsi la serata. E’ questo che i giovani dovrebbero dimostrare a tutti.

Fotografare la scena: il concerto di musica dal vivo

Fino a questo momento ci siamo occupati di fotografia teatrale, ma nell’ampio ambito che chiamerò della fotografia di scena è necessario includere anche la fotografia di concerti di musica dal vivo. Fondamentalmente le due tecniche vanno ad associarsi in maniera molto fluida, avendo in comune una moltitudine di elementi: una rappresentazione, un palcoscenico, la scarsa luce e la posizione spesso distante dalla scena. Possiamo trovare anche alcune notevoli differenze tra i due metodi, in quanto la fotografia di un concerto implica si una scenografia e altri elementi teatrali, ma prima di tutto manca di un testo, di una trama e di un intreccio.

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Namasté dear visitor. I'm Emanuele and I'm a teacher based in Milan interested in photography, music and wirting. This is my archive, enjoy your visit!

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