‘teoria della fotografia’

Fotografia, liberatorie e diritti/doveri del fotografo

mercoledì, maggio 19th, 2010

Riporto alcuni interessanti stralci dal sito http://www.fotochepassione.com/liberatoria.htm che possono aiutare a far chiarezza sull’esigenza o meno di far firmare una liberatoria al soggetto fotografato.

Iniziamo dal primo articolo dei tre che, in qualità di fotografi, bisogna imparare e rispettare:

Art 96 – Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio, senza il consenso di questa, salve le disposizioni dell’articolo seguente.

Dunque, di base, non possiamo esporre o riprodurre il ritratto (attenzione, ritratto, ossia volto isolato dal contesto) di una persona comune, un amico o uno sconosciuto senza il suo consenso scritto, salvo le eccezioni del seguente articolo.

Art. 97 – Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici e culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione o anche al decoro della persona ritrattata.

Dunque, la questione si fa interessante. Non è necessaria la liberatoria fondamentalmente in due casi che, a mio parere, tutelano in toto il mio lavoro sulla fotografia dello spettacolo:

  1. Si tratta di persone note, personaggi pubblici (cantanti, attori, personaggi dello spettacolo)
  2. Ci si trova a ritrarre qualcuno in una situazione collegata a fatti pubblici o avvenuti in pubblico (concerti, manifestazioni, eventi pubblici in generale)

Soffermiamoici poi sul terzo articolo:

Art. 98 – Salvo patto contrario, il ritratto fotografico eseguito su commissione può dalla persona fotografata o dai suoi successori o aventi causa essere pubblicato, riprodotto o fatto riprodurre senza il consenso del fotografo, salvo pagamento a favore di quest’ultimo, da parte di chi utilizza commercialmente la riproduzione, di un equo corrispettivo. Il nome del fotografo, allorché figuri sulla fotografia originaria, deve essere indicato.

E qui iniziamo ad entrare nella questione diritti/richieste lecite di compenso da parte del fotografo. Questo articolo sostiene che io, il fotografo, che ho eseguito un servizio su commissione, ho diritto ad un equo compenso per l’utilizzo delle mie immagini a scopi commerciali, oltre che l’apposizione del nome in calce o sovraimpresso sull’immagine. E qui mi vengono in mente tanti, troppi esempi di omissione da parte dei soggetti che ho fotografato negli ultimi tempi.

A seguire alcuni esempi emblematici.

  1. Crookers, Fabri Fibra e Dargen D’Amico utilizzano miei scatti sottratti illegalmente alla Rete (pubblicazione su portfolio personale Flickr con licenza “Tutti i diritti riservati”) per il videoclip della canzone “Festa”. Note a mio favore a) le immagini erano state ritratte in ambiente pubblico (concerto) b) a personaggi noti e c) non è stato dato un equo corrispettivo al fotogarfo per d) l’utilizzo a scopi commerciali (il videoclip) delle fotografie.
  2. Dargen D’Amico utilizza una mia immagine per la creazione del suo logo sul sito http://www.dargendamico.it/ . Questo caso è ancora più emblematico, perchè oltre alle note a mio favore sopra esposte, interviene anche una modifica della fotografia originaria, senza traccia di crediti e senza nemmeno una richiesta scritta del permesso di utilizzare tale immagine.
  3. YouReporter si impossessa illecitamente di miei scatti come corredo all’articolo sulla tragedia del treno deragliato in Stazione centrale a Milano.
  4. Senza contare i numerosi video su Youtube creati da ignoti con mie fotografie, a fare sfondo a canzoni di artisti che ho fotografato.

Tutti questi casi di utilizzo di mie immagini sono stati fatti per scopi commerciali. Dunque, se i vari protagonisti di questi furti guadagnano dalle mie immagini, perchè io non devo arrabbiarmi e richiedere a voce alta il rispetto dei miei diritti di fotografo?

Prima di scaricare una foto dal Web, ragazzi, leggetene la licenza. Quasi mai il fotografo è disponibile a concedere lo sfruttamento per scopi commerciali o pubblicitari dei suoi lavori. Sono convinto che in Italia manchi una cultura della legalità anche in questo caso. Mettere online delle fotografie non significa, per noi fotografi, regalarle gratuitamente al popolo della Rete.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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Sull’importanza del processo di contestualizzazione del corpus fotografico

giovedì, aprile 1st, 2010

“.. Il sostrato intellettuale che deve precedere lo scatto è ragione di vita della fotografia. Coloro che omettono questo passaggio creativo, riflessivo e di ricerca antecedente allo scatto non possono considerarsi fotografi …”

Si inizia fotografando di tutto. La passione fotografica porta in seno gioia, spensieratezza, stupore, voglia e necessità di sperimentare.

E’ dunque sbagliato portare il proprio apparecchio sempre in borsa?

No, di certo. Tutto fa esperienza, la sperimentazione deve essere all’ordine del giorno, quotidiana.

Bisogna dire, però, che come non tutte le idee del musicista entrano a far parte di un disco, un buon fotografo con il tempo deve imparare a selezionare il proprio lavoro, soprattutto prima di condividerlo con il mondo intero attraverso Internet.

La semplicità degli strumenti di condivisione fotografica in Rete insieme all’avvento della fotografia digitale tendono ad essere inversamente proporzionali alla corretta contestualizzazione del proprio corpus fotografico.

Questo accade principalmente per tre motivi:

1) la mancanza di un approccio fotografico orientato all’idea (vedi: I tre livelli di pertinenza della fotografia, 2009).
2) la pigrizia dettata dall’immediatezza delle operazioni di scatto, memorizzazione e condivisione dei file
3) la (inesistente) spesa economica

Il lavoro di selezione fotografica, dei “provini”, lo stesso processo di stampa, dato l’avvento del digitale in fotografia, è venuto meno. Possiamo scattare migliaia di fotografie, senza spendere un Euro, e oziosamente pubblicarle (ahimè, tutte) online in un quarto d’ora scarso.

Perchè, dunque, selezionare?

In fondo, paiono tutte buone, le nostre fotografie, una volta partorite dalla scheda di memoria.

L’errore sta nella sempre più frequente omissione del processo di contestualizzazione del proprio lavoro fotografico che, vedremo più avanti, risulta essere addirittura controproducente per la propria carriera fotografica.

L’appellativo “fotografo” non è mai stato tanto inflazionato quanto negli ultimi anni, quasi a corrispondere alla definizione “possessore di apparecchio fotografico”. Tutto ciò è inaccettabile. Non vale più denominarsi “fotografo”. Si rende necessario compiere un salto intellettuale in avanti, chiedendosi:

“Io cosa fotografo?”

Porsi questa domanda significa trovarsi di fronte ad un dilemma doloroso. E’ un passaggio obbligato, per definire il proprio raggio d’azione artistica. Questa domanda precede una seconda, ancor più radicale:

“Perchè fotografo?

Questo quesito risulta ancor più  traumatico del precedente.

La risposta, viene da sé, non può e non deve essere “perchè possiedo una macchina fotografica”.

Dunque.

Un fotografo completo avrà un’idea pregressa che guiderà il proprio operato fotografico, avrà scelto cosa fotografare ma soprattutto avrà capito perchè lo fotografa.

    1. Un fotografo “frammentario” non entrerà mai nell’olimpo dell’Arte, perchè non sa decidere.
    2. Un fotografo resta “frammentario” perchè non ha un’idea chiara della propria arte, non la contestualizza, perchè non la orienta ad un’idea.
    3. Frammentare in molti soggetti il proprio occhio fotografico è come visionare molti film contemporaneamente, senza conoscerne la trama. Questo genera rumore. Questo causa in noi confusione e incertezza.
    4. Deve necessariamente sussistere un filo conduttore tra progetto filosofico/creativo e atto fotografico.
    5. L’atto filosofico/creativo precede sempre l’atto fotografico.
    6. La scelta del soggetto fotografico è funzionale alla purezza e chiarezza della nostra fotografia.
    7. Un fotografo “frammentario” sostituisce alla spinta creativa un meccanicismo freddo e asettico, nè emozionale nè attivo.

      Coloro che non orientano ad un’idea il proprio lavoro artistico, dunque, sono destinati a rimanere nel campo ludico, sintanto che non si pongono le due questioni sopra citate.

      La macchina fotografica non rende Fotografi

      lunedì, gennaio 18th, 2010

      Essere o non essere [fotografi (di scena)]. E’ una vita che mi domando cosa rende un fotografo un “Fotografo”. Le reflex digitali sono oggi alla portata di tutti, dunque chiunque è in grado di sperimentare, riprendere, fotografare. Ma non tutti sono “Fotografi”. Non tutti hanno uno stile, se non quello dettato dal loro apparecchio fotografico.

      Mi spiego meglio.

      Su Flickr.com, il più grande portale di photo sharing al mondo, ne ho viste di ogni. Quanti fotografi mi hanno colpito? Due, forse tre. In lunghissime visite sul sito, nessuno riusciva a darmi quell’incredibile gioia che chiamiamo amore per l’Arte. Nessuno mi ha mai molto colpito per il suo stile e la sua idea di fotografia.

      E’ l’idea che sta alla base di tutto, non il soggetto (vedi: “I tre livelli di pertinenza della fotografia“).

      Il fotografo, per ritenersi tale, deve concedere alla propria opera un carico emotivo incredibile, straordinario, al fine di creare una nuova visione della realtà.

      Altrimenti è giornalismo.

      Vi sono innumerevoli bravi giornalisti, e pochissimi fotografi che si avvicinano all’Arte. E’ dunque palese come chi non sa dove vuole arrivare, pecca in partenza di egocentrismo. Certo, l’egocentrismo sta alla base, a parer mio, di ogni realizzazione artistica, ma bisogna inesorabilmente abbandonarlo per creare un mondo a parte, quello della Fotografia.

      Mi ripeto, il fotogiornalismo serve, eccome, ma non è Arte. In effetti l’obiettivo primo e quello di raccontare la realtà così come si presenta. L’Arte fotografica deve tendere invece ad una manipolazione del reale che dà luce ad una nuova visione del mondo.

      Come raggiungere questo status? Di certo non lo so. Bisogna fare molta esperienza, essere critici con sé stessi e rendere in immagini una propria visione dell’esistenza, che parte dalla nosta mente per realizzarsi attraverso l’apparecchio fotografico.

      Ciò che rende veri Fotografi e la magia personale che si insinua nel diaframma che divide la mente dell’artista dalla realtà contingente.

      Sull’esigenza di portare la fotografia di scena oltre il fine giornalistico

      venerdì, gennaio 8th, 2010

      Il mio lavoro sulla fotografia di scena da sempre cerca di andare oltre al semplice fine giornalistico, fattore che per altro ho sempre piuttosto odiato. Lo rifiuto. Il non mettere nulla di mio in ciò che faccio è denigrante. Quindi non lo faccio e basta, faccio a modo mio.

      La fotografia dello spettacolo è infinitamente orientata all’oggetto (la scena e i suoi personaggi): come posso, quindi, liberarmi da queste catene artistiche se non divincolandomi negli stretti orifizi lasciati dalla realtà contingente al fotografo? Lo spazio d’azione è molto poco.

      Solo così, striasciandovi dentro in silenzio,  la fotografia passa dallo stato di ripresa (della realtà) a creazione (di una realtà nuova).

      Io desidero creare dei ritratti, delle situazioni inconsuete, rendere l’artista in scena un idolo, cristallizzarlo in un istante, come in un blocco di ghiaccio. Lo voglio dipingere come se fosse l’ultimo istante della sua vita, in un urlo drammatico.

      Si, cerco la drammaticità in questo genere di fotografia.

      Cerco l’attimo, lo assorbo e lo rigetto invecchiato, oscurato, straziato. Amo l’animalità dell’artista su un palcoscenico, la grottesca presenza, il movimento inconsulto e improvviso,  il sudore della fronte.

      La mia fotografia di scena deve scioccare per realismo e crudeltà, per la fermezza e la verità di quell’ (e solo quell’) istante. Deve raccontare una storia, andando oltre quello che realmente è accaduto (questo è foto-giornalismo) per creare una realtà nuova, stimolata dall’immaginazione.

      Solo così sono riuscito a creare il mio mondo sporco e dettagliato, e a popolarlo di personaggi che si dimenano su un palco illuminati appena e ripresi nel loro attimo di crudeltà o, se preferite, di primitiva essenza.

      Walter Clemente (Deasonika)

      Elio e Le Storie Tese

      Entics & Chacka Nano

      Davide Di Muzio (Meganoidi)

      English readers, read it translated here

      Teatro e fotografia, al di là delle apparenze

      sabato, maggio 30th, 2009

      Il teatro, per definizione, è un’arte che si sviluppa nel tempo: quello della rappresentazione come quello della sua evoluzione storica. Risulta perciò particolare il rapporto che può intercorrere tra un’azione tanto sfuggente e una macchina fotografica, moderno strumento di memoria. E’ vero anche che ogni rappresentazione teatrale include in sé una serie di elementi, incorniciati dalla scena, proprio come un’immagine fotografica incornicia una porzione di realtà. Un rapporto inedito, quindi, in cui la rapidità dell’azione si scontra con l’immobilità dell’immagine fotografica.

      La fotografia di scena, vista l’indubbia funzionalità memoriale che ricopre nel settore teatrale e in generale dello spettacolo dal vivo, è una disciplina ad oggi non sufficientemente analizzata e compresa: un terreno vergine, privo di teorizzazioni nonostante la fertilità dell’argomento. E’ tempo per una rivalutazione del mestiere, per comprenderne le tecniche e i fini specifici.

      La scena focalizza su di sé lo sguardo del pubblico, lo ammalia e lo coinvolge con le sue rappresentazioni. Di fronte o dietro le quinte, sovente, si nasconde la sagoma invisibile del fotografo, sempre attento a non disturbare il pubblico, sempre attento a captare ciò che di importante la scena ha da dire. Un mestiere che va be al di là della pratica ottocentesca, e ancora oggi utilizzata, di fotografo che immortala il “ritratto d’attore” a fini pubblicitari. La fotografia di scena può essere, anzi è, ben altro.

      Può immortalare l’azione, nel suo svolgimento.  

       

      Emanuele Barboni – 2009 – Tutti i diritti riservati

      L’importanza degli elementi extra-diegetici nella fotografia dello spettacolo

      mercoledì, maggio 13th, 2009

      Altro discorso vale per gli elementi extra-diegetici, ossia non scenici, non appartenenti al racconto che ha luogo in scena. La fotografia di questi elementi è sempre stata sottovalutata, come detto in precedenza, a causa della tendenza antropocentrica della fotografia di scena. Posso dire, anzi, che più che sottovalutata, è stata ignorata.

      Penso che l’immortalare elementi non direttamente riconducibili alla messa in scena sia un campo d’analisi vergine e stimolante nell’ambito della teoria della fotografia. D’altronde, è necessario porre subito una netta distinzione tra ciò che appartiene al mondo della finzione scenica e ciò che ne rimane fuori. In linea di massima possiamo enunciare che, nello spettacolo teatrale, tutto ciò che risiede sopra il palcoscenico nell’atto della messa in scena può ritenersi inerente all’enunciazione scenica (scenografia, attori, praticabili ecc.). Il pubblico, ad eccezione degli spettacoli happening e incentrati sulla partecipazione, è da considerarsi a ragione elemento altro.

      Discorso differente per lo spettacolo musicale, ove il pubblico ricopre un ruolo fondamentale per la riuscita dello stesso. In questo caso, parleremo del pubblico come elemento diegetico.

      Ma di cosa è fatto uno spettacolo? Cosa importa fotografare? (continua…)

      Visione antropocentrica della fotografia e importanza dei dettagli

      mercoledì, maggio 13th, 2009

      Fotografare la scena teatrale, in fondo, non è cosa poi tanto complessa, tecnicismi a parte. Il buon fotografo di teatro (o dello spettacolo dal vivo) conosce i limiti di questa riproduzione del reale. Vedremo dunque come, dopo i canonici (e necessari allo scopo preposto) ritratti d’attore, le viste d’insieme e le fotografie scattate da dietro le quinte, sia molto difficile dare origine a del materiale inedito e caratteristico.

      Il concetto verte sul fatto che esiste una preponderanza dell’oggetto fotografato e dell’intento di questo tipo di fotografia (la memoria dello spettacolo), che limita la libertà artistica del fotografo. In sostanza: lo spettacolo viene fotografato per divenire memoria collettiva, non sono ammesse sbavature o intenti personali. La fotografia deve rappresentare oggettivamente quella specifica rappresentazione, in vista di una futura messa in scena. (continua…)

      Fotografare il teatro: la scelta del bianco e nero

      martedì, maggio 12th, 2009

      Fino ad ora, ho parlato ampiamente della tecnica utilizzata e delle modalità di ripresa del fotografo durante l’atto dello spettacolo kantoriano. Quello che rimane ad un primo impatto con il corpus fotografico in oggetto è l’estremizzazione del bianco e del nero all’interno degli scatti. Sono tutti in bianco e nero, nemmeno uno a colori. Una decisione difficile per un fotografo di quel periodo, quella della pellicola. Infatti la scelta del colore o in alternativa del bianco e nero era precedente allo scatto, trattandosi di particolari rulli da montare nell’apparecchio. Una scelta stilistica, certo, ma non sempre facile. Sostengo la tesi che Buscarino abbia optato per pellicole esclusivamente in bianco e nero perché lo stesso teatro di Kantor è bianco e nero.

      Il ricordo. Nel cinema la tecnica cromatica del bianco e nero, detta anche scala di grigi, nel film a colori indica il flashback, ossia il ritorno al passato, alla memoria. 

      Viene dunque da pensare che, essendo il teatro di Kantor ricordo d’infanzia (continua…)