La musica deve avere il giusto prezzo, ed è il prezzo che ognuno di noi dà alla musica.
La musica non potrà cambiare il mondo, è chiaro. Non lo ha mai fatto e mai lo cambierà. Storicamente è inserita nell’elitè delle arti volte all’intrattenimento, non in quella della rivoluzione. E a chi crede che a Woodstock nel 1969 sia accaduto qualcosa di magnifico, di unico ed irripetibile, dò immensa ragione ed una calorosa stretta di mano. Ma si sa, erano altri tempi, c’era la rivolta studentesca e la musica era così entrata a far parte, di buon grado, di un movimento che aveva radici politiche. Un accessorio, dunque, la musica nel ’68, che ha terminato il proprio potere d’influenza quando le radici politiche hanno iniziato ad allentarsi.
Ma dove vuole arrivare la musica? Da quando esiste il Rock’n'Roll, la musica è sempre stata una creazione dei manager impresari, uomini senza scrupoli coi dollari luccicanti negli occhietti, la cui capacità principale era di conoscere approfonditamente le esigenze di intrattenimento del pubblico. Lo spettacolo musicale, ricordiamo, è sempre esistito dacchè esiste l’uomo. Ma con l’avvento delle fiere itineranti, del circo, della Commedia dell’Arte, essa non ha potuto mai esprimersi in maniera autonoma, bensì è sempre stata legata al volere degli impresari (e conseguentemente del pubblico) che cercavano di trarre profitto dalle esibizioni e (più avanti) dalla vendita di dischi.
Si sa, allora come oggi, con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, la musica non ha potuto certo esprimersi in maniera autonoma, nè tantomeno i loro autori. Vi insegno una parola: “payola“. Era il termine utilizzato per indicare la “marchetta” del deejay radiofonico che riceveva per mettere in onda un disco. Il mercato discografico, da sempre, funziona così.
Ai margini del mercato sono sempre esistite realtà indipendenti, “underground”. Ma ripeto, solo ai margini.
Siamo nel 2009 e la musica fa parte come mai prima dell’intrattenimento quotidiano di ognuno di noi. Le case discografiche sono in crisi, la gente scarica illegalmente i brani e interi album dalla Rete. Come fare? Forse come in Francia, dove un recente decreto legge suggerisce (e mette in pratica, penso) il taglio della connessione ai “pirati”? Non credo. Una tale reazione sulle prime potrebbe anche rialzare i profitti del mercato, ma alla lunga i prezzi si alzerebbero (in termini di monopolio: se le sette sorelle dell’industria si accordano per alzare il prezzo di questo tipo di intrattenimento, o ti adegui o non ne godi) e il popolo troverebbe un altro escamotage per usufruire di questo bene che, ricordiamo, non è primario ma volto al tempo libero.
Ora abbiamo internet a disposizione, e possiamo dire che internet è uno strumento davvero democratico, che sa distinguere il bene dal male e il sincero dal bugiardo. Perchè, dunque, non applicare questa democrazia anche all’industria musicale? Niente pubblicità, niente promo, niente videoclip in rotazione (su questo, poi, avrei da ridire molto. Una canzone nel 2009 non esiste se non ha un clip di supporto: non si parla più di musica, bensì di video-musica): semplice ascolto da parte della comunità, che esprime il proprio parere in maniera libera e non faziosa, decretando le vendite e il volume di affari di un artista. Questa sarebbe meritocrazia. Un immenso mare di musica le cui classifiche vengono dettate dalla comunità.
E mi spingo oltre. Il prezzo della musica non andrebbe imposto. Se venissero a mancare elementi come i videoclip, le spese di produzione e promozione e tutti quegli elementi della filiera di realizzazione di un disco che, con internet, non sarebbero più necessari, l’artista avrebbe modo di ammortizzare con le prime vendite il costo vivo di registrazione in studio, per poi andare in attivo (sempre che il disco venda, e nel nostro discorso un disco vende se piace alla comunità ed è di qualità).
Questo metodo scremerebbe l’offerta di musica scadente e metterebbe sull’olimpo coloro che producono buona musica. Attenzione: artisti, non case discografiche.
Cosa significa tutto ciò? Che la musica non può cambiare il mondo, ma deve iniziare a cambiare se stessa. Via gli intermediari, via la promozione su giornali radio e tv, solo musica da proporre e da far recensire al popolo della Rete che ne decreta il successo. E tutti i ricavi all’artista. Sotto che forma? Donazione. E’ giusto che ognuno possa pagare il giusto prezzo per le proprie tasche. Se nel sistema musicale ci fosse etica, il sistema delle donazioni funzionerebbe. Ma per ora non c’è. In Italia alcuni artisti (Tormento aka Yoshy) stanno iniziando a ragionare in questi termini, proponendo i propri brani in freedownload. Se il disco piace, è giusto ricevere un compenso per lo sforzo. Sono artisti che sperano che i propri interlocutori siano persone intelligenti: non sbagliano, e sono da lodare.
La musica deve avere il giusto prezzo, ed è il prezzo che ognuno di noi dà alla musica.