Limp Bizkit & Faith No More: che spettacolo! | Magmusic

Ci aspettavamo tutti un mega festival all’Idroscalo di Milano, ma alla fine ci si è ritrovati al PalaSharp (al chiuso, con un buon numero di posti in meno rispetto alla location usuale), causa problematiche con la Provincia. Iniziamo con il piede sbagliato dunque, sin dalla metà di maggio. La motivazione dello spostamento? Non la conosciamo, ma andiamo per intuizione: in quei giorni si votava, e la propaganda elettorale era al massimo della sua potenza. Caso fortuito o tragica coincidenza? Con il senno di poi possiamo dire che i disagi ci sono stati, eccome. Ho seguito il festival nel 2007, l’edizione con i NOFX, per intenderci, e seguire la medesima manifestazione nella giornata di domenica 14 giugno 2009 ha avuto riscontri contrastanti.

Superiamo i cancelli verso le 18:30 e dopo i saluti di rito all’organizzazione (Chiara, della Propaporomoz, grande estimatrice di MagMusic) iniziamo a guardarci intorno. Nell’area circostante il palazzetto tutto fila liscio: il palco sopraelevato della RedBull dove si sarebbero esibiti molti artisti “da second stage“, una miriade di stand di birre e hot dog, qualche distro indipendente. Fino a qui, tutto bene (Cit. “L’odio (La Haine)”,1995, Mathieu Kassovitz). La gente è tanta e mi soffermo sulle t-shirt dei partecipanti. Trovo estremamente interessante l’analisi dei personaggi che popolano l’universo rock. Andiamo per ordine: motociclisti tatuati fino al collo, nerds occhialuti, suicide girls, e fortunatamente sempre meno indie boys (quelli con la t-shirt a righe orizzontali rosse e nere, i jeans stretti e il Borsalino, ma il concerto di Pete Doherty era ieri). Io faccio parte di coloro che, macchina fotografica alla mano, sgomitano sotto il palco per un primo piano all’artista di turno, e che vanno estremamente fieri di quel loro pass al collo. Incontro qualche amico, nel frattempo, ma non mi dilungo perché i Lacuna Coil stanno facendo il sound-check e a breve inizierò il mio lavoro.

Entro nel palazzetto sbagliando almeno tre volte l’entrata più vicina per raggiungere il palco. Quello che mi circonda è un ambiente ostile: l’umidità fa concorrenza a quella di Bangkok in novembre, il caldo è torrido e manca l’aria. Nonostante sia abituato a climi estremi da concerto, posso dire di aver avuto almeno un paio di mancamenti durante l’arco della manifestazione.

Tempo di raggiungere il palco, di chiedere alla sicurezza due dritte, che le luci si spengono e inizia lo show degli italiani Lacuna Coil, fiore all’occhiello di quel metal tanto famoso in Europa e nel mondo (States, Germania, Est Europa) quanto snobbato in terra madre. Ragazzi, questi hanno suonato in Australia e in Italia nemmeno li conoscono! Bene, un inizio col botto si direbbe. Da musicista, mi rendo subito conto della qualità dei suoni e dell’acustica. Non capisco coloro che criticano il PalaSharp. Si sente tutto davvero bene, il suono è omogeneo (ragazzi però, la cassa della batteria era davvero troppo alta) ed il pubblico inizia a scaldarsi forte. Non conosco bene questi ragazzi, se non per sentito dire, ma all’entrata della cantante Cristina Scabbia la mia idea sulla band di Milano si fa più concreta.

La band agli albori poteva essere classificata come gothic metal, ma questa definizione non le calza proprio a pennello. Vi è stata infatti una sorta di evoluzione che li ha portati ad un sound più “pop”, con strutture melodiche di più facile ascolto. E’ questa la prima sensazione che provo ascoltando i primi brani. “Mio dio quanto sono pop!“, mi dico. Certo, sono pop per me che ascolto anche il brutal, perché bisogna dire che le chitarre si fanno sentire, belle distorte, e la voce di Andrea Ferro è davvero multiforme, passando dalla melodia “pausiniana” agli scream più atroci (nel senso buono del termine). Sarà per il binomio voce maschile/voce femminile, ma questi ragazzi mi piacciono proprio. Soprattutto: non se la menano (Fred Durst docet). Non vogliono “fare brutto” a tutti i costi, sono posati, simpaticamente attivi nel dialogo col pubblico.

Il batterista spinge, e forte, ma è preciso come un orologio in quel tipo di ritmiche lente ma inesorabili che contraddistinguono il mood della band. Lo ricordo a tutti: suonare rock lento spesso è più complesso di suonare qualcosa a 350 Bpm. Un Hurrà per Cristiano Mozzati detto Criz, insomma. La scaletta ci accompagna fino ad un culmine atteso da tutti i presenti. Cristina prende le redini della discussione:Di questa non vi dico chi sono gli autori, dovete solo cantarla con noi!“. Già capisco. “Enjoy the silence“, Depeche Mode ( ieri live a San Siro). Un classico. Ed è una bella sensazione, perché il pubblico partecipa, canta, Cristina e i suoi sono felici, e si vede.

Big ups per i Lacuna Coil, che con il nuovo album dal titolo Shallow Life, uscito ufficialmente il 20 aprile 2009 per la Century Media, hanno conquistato pubblico e critica. E anche me.

E’ tempo di farmi una Heineken media, un paio di telefonate e di ascoltare allibito il concerto sul second stage dei Sick Tamburo. Mi soffermerei qualche riga su questi quattro ragazzi. Capisco immediatamente che il loro obiettivo non è suonare, ma far parlare di sé. Nati per 2/4 dalle non-ceneri dei Prozac+ (suonano ancora insieme), band punk salita alla ribalta delle classifiche con singoli come Acido/Acida, GM e Betty tossica, in questa nuova formazione Elisabetta si sposta dal basso alla voce e Gian Maria ricopre lo stesso ruolo di chitarrista e produttore che ha nei Prozac+. Electro rock, possiamo dire, ma la voce è da cestinare, a tratti fastidiosa, e i testi troppo avanguardistici per un pubblico come quello nostrano. Ok, parlate del vostro cane con tre zampe, del fatto che non toccheremo più i tuoi seni, ma un minimo di grazia nel cantare (possiamo utilizzare il termine sbraitare, in tal caso) e un minimo di contatto con chi vi ascolta è d’obbligo. Quei passamontagna, poi, per carità. Dopo i Kiss tutto il resto è merda. Non avete inventato nulla, o forse l’Italia (ed il sottoscritto) non è ancora pronta a tutto questo. Un consiglio, continuate con il drug punk dei Prozac+, perché le droghe (e i drogati) non passano mai di moda.

Ed arriva il momento tanto atteso. Qui si parla di leggende del crossover, mica cazzi. Qui si parla di Fred Durst, Dj Lethal e Wes Borland. Di gente che suona insieme dal 1994. Questi hanno venduto più di 50 milioni di dischi, di cui 17 milioni nei soli Stati Uniti. Qui si parla di storia.

Limp Bizkit, in reunion a Milano per un concerto che si prospetta esplosivo. Il 12 febbraio 2009 hanno annunciato il ritorno alla lineup originale, dopo quattro anni di silenzi e casini, Wes Borland compreso. La scenografia rimane nascosta fino all’ultimo, con un mega telone che raffigura in stile comics i cinque componenti della banda. Inizia lo show.

Apertura con “My Generation”, ed il pubblico si infiamma. Era tanto che vi aspettavamo. Mi trovo proprio sotto il chitarrista Wes, truccato come da abitudine da alieno/clown/aspirante omicida, a petto nudo completamente coperto di vernice bianca e simboli tribali e pantaloni di lana di capra in tinta. Uno spettacolo. Il sound è quello giusto, i pezzi sono ormai dei classici, Fred Durst un po’ sovrappeso ma iconograficamente identico a dieci anni fa (cappellino rosso, pantaloni corti loose e t-shirt nera dei Faith No More). Dj Lethal dietro alla consolle ricoperta da un bandierone tricolore. Evviva.

Il concerto scorre veloce nel caldo più estremo, il frontman afferma ironicamente “It’s so fuckin’ cold here, isn’t it?” (fa un cazzo di freddo qui, non è vero?), suda, si dimena, salta, manda a quel paese, cerca un dialogo che non arriva, e diciamola tutta: un po’ se la mena. Borland sputa acqua sulla mia Canon, che riesco con un gesto rapido a nascondere dietro la schiena. Insieme a me bagna almeno altri cinque o sei fotografi, che vista la mole della mercanzia (obbiettivi da mezzo metro cadauno) si ritrovano completamente fradici. Loro lo insultano, io sono in adorazione. La mia fotocamera è salva, benedetta da Borland in persona. Seguono i classici, da “Faith” a “Rollin’”, per chiudere con una straordinaria “Take a look around (mission impossible theme)”. La band suona bene, batterista incluso. Durst piazza un paio di lentoni a metà spettacolo, perché evidentemente non ce la fa. Ma dio santo, che show. Gli effetti di delay sul pulito di Wes sono ormai un tratto incancellabile del genere nu metal, e diciamola tutta: il mondo è pieno di emuli, la musica si è evoluta, ma questo cinque ragazzi hanno messo le basi per tutto questo, e restano i padri indiscussi del genere (Faith No More esclusi, ovviamente).

Dove eravamo rimasti? Ve lo dico io: ai Faith No More. Questo Rock in Idro (o in Pala, che dir si voglia) ha un sapore particolare perché include due importanti reunion per il panorama rock. Ebbene si, anche loro, i FNM sono tornati, e l’occasione per ascoltarli era più unica che rara. Il 26 febbraio 2009, dopo mesi e mesi di rumors, la band ha annunciato il proprio ritorno sulle scene: la notizia è stata data direttamente dal bassista Bill Gould il quale ha anche annunciato che la line-up della band sarà composta da Mike Patton alla voce, Bill Gould al basso, Mike Bordin alla batteria, Roddy Bottum alle tastiere e Jon Hudson alla chitarra. Mica male.

Mike Patton entra in scena con un elegantissimo completo argento, preceduto dal resto della formazione, tutti in tono. Entra zoppicando, con un bastone da passaggio: non capisco l’allegoria, il rimando certo a qualcosa o qualcuno, ma non importa. Ci troviamo in una scatola teatrale racchiusa da drappi rossi, Il sound è potente, come prima e più di prima, e la stima nei confronti di Patton ha diversi e molteplici punti di partenza. Da dove vogliamo iniziare? Dalla cover di “Poker Face (Chinese Arithmetic mix)” di Lady Gaga? O forse da “Evidence” cantata in italiano? O dalla romantica e jazzistica “Reunited (cover di Peaches & Herb)”? Una cosa è certa: la voce di Patton è unica, potente, impareggiabile. Lavora col microfono come una pornostar il tarello, passa dall’abisso delle tenebre alla vetta dell’Everest in un istante, utilizzando sovente un megafono per distorcerla. E lui si, che sa parlare con il pubblico. Forse perché suona dal 1982, e di concerti ne ha fatti a migliaia. O forse perché conosce l’italiano (girano voci che sia sposato con una donna del Bel Paese) e tira in mezzo band e pubblico con parolacce come “segaiolo” o “stronzo”. Uno show epico, chiuso appunto con il brano “Epic”, un ritorno importante, di quelli di cui si sentiva la mancanza.

Se ho detto che i Limp Bizkit sono i padri del nu metal, bene, i FNM sono i nonni che, nonostante l’età, sanno ancora dettar legge nel panorama mondiale.


Articolo e foto di Emanuele Barboni

Gallerie fotografiche


  • Facebook
  • email
  • Twitter

Related posts:

  1. Alkaline Trio: impressioni dall’unica data italiana | Magmusic
  2. Fall Out Boy: la Nouvelle Vague del Punk | Magmusic
  3. L’importanza degli elementi extra-diegetici nella fotografia dello spettacolo

Tags: , , , , , , , , ,

Commenta