Fall Out Boy: la Nouvelle Vague del Punk | Magmusic

Iniziamo col dire che sono nato e cresciuto, musicalmente parlando, con il punk rock. Prima Greenday, dal celeberrimo Kerplunk in su, fino diciamo a Nimrod. Poi sono arrivati i Blink, con Buddha e Chersire Cat, e fu amore a prima vista. In quegli anni (1999-2004) suonavo in una band Hardcore Punk, i Togaparty, come chitarrista. Abbiamo suonato un po’ ovunque, nel nord Italia e in Svizzera.

Bene, per uno come me, che ha il ritmo hc nel cuore, è molto difficile scrivere un articolo su una band come i Fall Out Boy, visti e fotografati al Palasharp di Milano in data 15 marzo 2009.

I rimandi ai miei gruppi preferiti del genere mi confondono, e non poco. Undeclinable Ambuscade, Millencolin, The Ataris, Nofx. Lo chiamavamo punk, ma forse era già qualcosa di diverso, in evoluzione. Perchè forse di genere dalla radice punk si può ancora parlare, in quanto l’hardcore è ancora molto operativo sulle scene, ma il punk più melodico si è gradualmente evoluto con il passare delle primavere in emo-punk, o, per meglio dire, pop-punk. Un punk più popolare, melodico, che prende sovente ritmiche dalla dance music e che che non rinnega parti, solitamente bridge veloci, elettroniche. Cori orecchiabili, liriche mai di protesta ma a tematica adolescenziale per (quasi) tutte le band, che vedono in Mtv il loro bacino d’utenza preferenziale: giovani, giovani, molto giovani.

A mio parere (caricate le frecce all’arco, sono pronto) la vera svolta, il disco che ha messo la parola inizio al pop punk per come lo conosciamo è “Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits” degli statunitensi The Ataris, uscito negli States il 13 Aprile 1999, esattamente dieci anni fa. Fu una rivoluzione: per le tematiche affrontate, cronache di un loser innamorato, per le chitarre, che potenti vengono sollevate da ottave sopra della seconda chitarra, per la sezione ritmica, meno eccessiva rispetto a band come Nofx e Millencolin. Fu il primo passo verso il punk popolare, ascoltabile dalle masse. Oggi lo chiameremmo mainstream. Forse Kris Roe non lo sapeva, ma aveva iniziato qualcosa di veramente nuovo, solo accennato da altre band, ma contestualizzato alla perfezione in Blue Skies.

Ora, detto questo, mi ritrovo a scrivere dei Fall Out Boy, band che rientra a diritto nella Nouvelle vague del pop- punk. La seconda generazione, per intenderci.

Lo show inizia sul presto, alle nove meno un quarto. Il pubblico è giovane, giovanissimo, e la platea si divide nettamente in tre grandi gruppi divisi per età anagrafica. Nelle prime dieci, quindici file, giovani scatenati dai 13 ai 18 anni, nelle successive dieci ventenni e trentenni nostalgici (me) e in fondo al Palasharp genitori che aspettano i figli. Fin qui tutto bene. Il palazzetto non è sold-out, ma è bello pieno.

La gente è carica e quando ha inizio lo show, con una energica Disloyal Order Of Water Buffaloes e la seguente Thriller. La voce c’è, eccome, i volumi sono ok e l’energia inizia a coinvolgere la massa, con pezzi indiscutibilmente forti e, soprattutto, ballabilissimi (vedi: la cover di American Boy di Estelle, molto difficile da cantare vista la tonalità, e Beat it di MJ, the King of Pop). Giochi di luce e arcobaleni colorati illuminano la scena, dove Joe Trohman, chitarrista sosia statunitense del nostrano Caparezza, si prodiga in assoli notevoli e sempre a tempo. Il vero leader, dispiace ammetterlo, è il bassista Pete Wentz, preciso in ogni dove, coinvolgente con il pubblico e vera star della serata (oltre che autore della maggior parte delle canzoni della band). Ad un certo punto qualcuno lancia una bottiglia sul palco, e lui un po’ incazzato dice che ci si può divertire anche senza lanci di bottiglie. Un insulto va a tutti quei coglioni che spendono trentaquattro euro per andare a lanciare oggetti contundenti sul palco. Ragazzi, datevi all’ippica.

In ogni caso, lo show procede in maniera lineare, con i classici Sugar, We’re Going Down e This Ain’t a Scene, It’s An Arms Race prima e poi I Slept With Someone In Fall Out Boy And All I Got Was This Stupid Song Written About Me e Where Is Your Boy Tonight più tardi quando lo show volge quasi al termine.

Tecnicamente bravi, coinvolgenti, semplici ma d’impatto. Non so se questi FOB hanno davvero meritato quei 13 premi internazionali in tre anni (tra cui nel 2007 l’ MTV video music awards- miglior gruppo) e quelle diciassette nomination ad altrettanti premi internazionali tra il 2005 e il 2007, ma bisogna dire che ci sanno fare, eccome. Anche sul palco. Forse sono un po’ pochi settanta minuti di musica, ma ehi, qui si parla di punk, e i pezzi sono davvero brevi e tirati, lo sanno tutti.

Tornando alle origini, mi fa molto effetto vedere come band di punta come i FOB from Illinois si sino ispirate ai gruppi citati ad inizio articolo. Essi sono la naturale evoluzione del punk melodico, che lo si voglia o no. La Mtv generation dimostra di apprezzare, ed è quindi giusto lasciare spazio ai giovani e a nuovi gusti musicali, forse meticci, ma certo non privi di identità.

Scaletta: Disloyal Order Of Water Buffaloes, Thriller, A Little Less 16 Candles, A Little More Touch Me, American Boy, Sugar, We’re Going Down, This Ain’t a Scene, It’s An Arms Race, I Don’t Care, Beat It, HeadFirst Slide Into Cooperstown On A Bad Bet, Me & You, She’s My Winona, I Slept With Someone In Fall Out Boy And All I Got Was This Stupid Song Written About Me, Where Is Your Boy Tonight, America’s Suitehearts, Thnks Fr Th Mmrs, Dance, Dance, Saturday.

Galleria fotografica: http://www.flickr.com/photos/emanuelebarboni/sets/72157615323003793/show/

Articolo e foto di Emanuele Barboni

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