Sull’irragionevolezza del concetto di totalità nell’esperienza (saggio breve, 2008)

Saggio breve di Emanuele Barboni

L’uomo è per sua natura destinato a non vivere esperienze totali. Ogni persona è il risultato delle proprie esperienze quotidiane. Nel reale ognuno di noi raggiunge differenti livelli di soddisfazione nei più diversi ambiti: lo studio, il lavoro, la creazione artistica. L’esperienza in sé e per sé può portare soddisfazione, nel momento in cui viene vissuta.

Alla base di questa riflessione si pone il concetto, umano e relativo nella natura stessa del termine, di soggettività. La soggettività è un filtro suadente che limita in maniera morbida l’impossibilità umana di raggiungere la completezza dell’azione, sempre relativa.

Non può sussistere perfezione ove sussiste un soggetto, dunque soggettività.

Ogni esperienza, seppur di intenso livello e gratificazione, è contraddistinta da un continuo ed infinito elevarsi della stessa nei confronti dell’unico essere che porta in seno la totalità nella sua profonda natura. Potrebbe essere il creatore, non saprei. Posso fare una cosa, e farla in maniera ineccepibile. Ma essa non raggiungerà mai la perfezione. Questo lascia nell’animo un sempre velato senso di insoddisfazione. L’essere umano è destinato a creare e a vivere esperienze incomplete, solo apparentemente totali. Quello che noi comunemente chiamiamo realizzazione dell’uomo è data dall’auto-assegnazione di limiti naturali, meccanismo di difesa data l’impossibilità di raggiungere il divino.

Il concetto di totale non fa parte del bagaglio intellettivo dell’uomo moderno. Come quello di infinito, di sublime e di divino. Sono idee che sono state perse nell’arco dei millenni. L’uomo antico, penso ad esempio alle civiltà elleniche, avevano una maggiore lungimiranza nei confronti della totalità e della perfezione. Sono popoli che hanno raggiunto un livello globale nel proprio operato ben più alto rispetto a quello che l’uomo moderno può raggiungere. Sempre relativo, come continua tensione dell’umano verso l’infinito, ma certo superiore. Cercavano il divino equilibrio nelle loro opere. Penso alle piramidi egizie, penso alle sculture greche, penso ai libri sacri. Opere che ora, a distanza di migliaia di anni, rappresentano per noi tutti esempi di altissimo livello culturale. L’uomo antico viveva in equilibrio con la Natura, unica manifestazione perfetta visibile agli occhi dell’uomo. Questo è il motivo per cui riusciva a rapportarsi in maniera più profonda ed efficace con il Tutto. La dimensione divina avvolgeva ogni singolo istante della vita quotidiana, e vi era profondo rispetto dell’ordine del mondo. L’uomo moderno ha indissolubilmente rotto questo rapporto di equilibrio nei confronti dell’Infinito.

Il raggiungimento dell’esperienza totale è inversamente proporzionale all’esperienza.

Emanuele Barboni – 2008 – Tutti i diritti riservati

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One Response to “Sull’irragionevolezza del concetto di totalità nell’esperienza (saggio breve, 2008)”

  1. diego ( di franca ) Says:

    Caro Emanuele,
    vedo che hai centrato bene anche questo argomento. Mi sono piaciute molto le tue considerazioni sulla soggettività versus il ( senso del ) limite, e sono assolutamente d’accordo con quel che scrivi sul rapporto che gli antichi greci intrattenevano con il divino, ovvero con , come scrivi molto corrttamente ” la sua unica manifestazione visibile” , ossia la Natura.
    Davvero complimenti!
    una caro saluto Diego

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