Sull’innocenza o l’adulta fanciullezza (saggio breve, 2008)

Saggio breve di Emanuele Barboni

Da piccolo non mi raccontavano le favole. Non so perchè, ma non mi ricordo nemmeno di una favola prima dei dieci anni. La prima è stata Pinocchio del Collodi, che ci fece leggere una maestra alle elementari per poi riassumerla. Io non sapevo fare i riassunti e la copiai paro paro dal libro. Ci misi una notte intera, perchè non sapevo concettualmente cosa fosse un riassunto. Per la cronaca, il compito andò bene ma ci impiegai qualche altro anno a comprendere il significato della parola “riassunto”. Poi arrivò Propp e fu un colpo al cuore. Ero al primo anno di università, penso. Ma come, le favole hanno anche delle regole? Lo step due fu lo studio delle presunte insinuazioni sessuali nella favola di Cappuccetto Rosso. Pensa te. Niente favole da bambino, e quando arrivano da grande, mi dicono che sono tutte regolate da delle costanti e che il sesso è insito in ogni racconto. Mah. Perlomeno avevo studiato Freud, e non fu poi così scioccante.

Penso che la fanciullezza, o almeno come la intende il Pascoli, sia il motore della fantasia. E che la fantasia sia il motore del genio. Lasciateli sognare, rompere, creare i vostri piccoli. Perchè tornare in fondo bambini significa essere diventati adulti. Dei buoni adulti. Io purtroppo di tempo per sognare ne ho avuto proprio poco. Avevo circa dieci anni e il mio mondo ovattato è stato letteralmente spazzato via dalla separazione dei miei genitori. Certo, cose che capitano. Già ero un bambino problematico, timido, sensibile, allergico e asmatico. Da quel momento non ho avuto più né tempo né voglia di fare voli pindarici con la mente, di sviluppare la mia naturale fanciullezza di ragazzino. Diciamo che qualcosa dentro di me si è rotto, sono stato proiettato nel mondo dei grandi tutto d’un colpo.

Si diventa grandi nel momento in cui si perde l’innocenza. Io forse l’ho persa con quei sei sette anni di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Ma non ne faccio un dramma. Certo che se diventare grandi significa assumersi delle responsabilità, ecco, io me le son prese dai dieci anni in poi. La mia psiche ne risente ancora oggi. Dicono che mi responsabilizzo troppo, e che fa male. Ma per me è una cosa naturale, da tanti anni.

E’ per questo che la gente soffre di attacchi d’ansia e similari. Perchè si responsabilizza troppo. Nel lavoro, nello studio, nelle aspettative di vita. Anche io l’ho fatto, non sapendo quello che mi stava accadendo. L’ho scoperto appena in tempo, navigando nel mio passato come un viaggiatore senza meta, cercando i punti di rottura, le parole chiave che mi permettessero una sana catarsi. I sintomi sono odiosi e ti mettono nella condizione di cercare la chiave alle tue insicurezze.

Fondamentalmente, sto dicendo che chiunque avrebbe bisogno di un buon psicologo se non ha avuto un’infanzia come si deve.

Il risultato di questa rottura, della seguente responsabilizzazione post separazione, e della matura ricerca di una soluzione ai sintomi di ansia che mi affliggevano è che non ho avuto una fanciullezza degna di questo nome. Mi ritrovo a ventisei anni a dover necessariamente sublimare questa dose inespressa di giocosa gioia mista a esternazioni infantili. E’ come se, prima di diventare grandi, ognuno di noi abbia una certa dose di fanciullezza e fantasia da esprimere. Una volta terminata questa dose, il nostro corpo e la nostra mente vengono messi in condizione di approcciarsi all’età adulta. Il mio diventare grande, vista la particolarità della situazione, è stato un processo più lungo della norma. Mi accorgo ancora oggi di essere infantile in molti momenti della giornata. E forse è proprio questa la mia particolarità. Mi esprimo tante volte con un linguaggio infantile, creo situazioni infantili, faccio giochi infantili. Ma per piacere, non fermatemi. Perchè vi ho già detto che di tempo per sublimare il mio essere bambino non ne ho avuto, e il processo di smaltimento deve ancora terminare. Sento che siamo lì, a un passo dalla meta. Spero di riuscire a fermarmi un secondo prima di avere per sempre perduto la facoltà di vedere il mondo con gli occhi di un bambino.

Credo che quando uno nasce il valore dell’innocenza è pari a, diciamo un numero, cento. Poi seguono mille prime volte: dal primo bagno in piscina senza braccioli alla prima cotta alle medie. Il valore di innocenza scala verso lo zero ogniqualvolta si fa una cosa la prima volta. E’ per questo che i grandi non sono felici. Perchè non hanno più l’entusiasmo delle prime volte. Il tutto diventa consuetudine, una ricerca costante della regolarità. In aggiunta, bisogna aggiungere un altro valore al percorso che porta dall’innocenza (dei piccoli) alla competenza (dei grandi): le delusioni. Ogni delusione toglie qualche decimo di punto alla nostra innocenza, portandola inesorabilmente verso l’annullamento in quanto a ogni delusione corrisponde una mancata realizzazione di un’aspettativa infantile. Se vieni deluso dal tuo primo grande amore, da colei per cui ascoltavi musica romantica e scrivevi su carta rosa con una goccia di profumo di tuo padre, capirai che l’amore non è solo inebriamento e batticuore, bensì dolore e rammarico. E l’idea che avevi del termine amore verrà indurita dall’aspra sensazione che questa delusione ti ha dato. Un po’ come il sesso. Uno si immagina chissà cosa, poi lo fa la prima volta e si, sarà anche bello, ma non era proprio come lo avevo sognato. Eppure, dopo averlo fatto cento volte, si pensa a quanto sia stata incredibile quella prima volta.

Da aggiungere ci sono le responsabilità e le cose che ci fanno paura. Fondamentalmente, per riassumere, trattasi del mondo dei grandi. Capire quello che accade nel mondo, carpire il significato di termini come guerra, morte, odio, dolore, ci indirizza ad una cruda consapevolezza del mondo che ci circonda. Si è sempre meno bambini per il semplice fatto che quando si è bambini certe cose non si pensano perchè non le si conoscono. La conoscenza riduce la fanciullezza. Prima o poi arriva il giorno in cui vedi il primo telegiornale. Lo inizi a guardare tutti i giorni, con i tuoi genitori a tavola, e pian piano inizi a capire che il mondo non è solo disegnare, correre per i prati, fare una partita a pallone. Capisci che là fuori c’è un casino, che le cose non vanno proprio come dovrebbero andare, e questo ti ferisce. Non hai più quell’innocenza di un mondo senza delusioni, senza paure, senza responsabilità. Allora forse diventare grandi significa avere un cuore di pietra, saper reggere alle delusioni, sopportare il peso delle responsabilità e non fare nulla che non si sia già fatto almeno una volta.

Ma per piacere, lasciatemi credere che il piccolo Emanuele che ero abita ancora dentro di me. Perchè nonostante abbia un lavoro, delle responsabilità, e nonostante abbia già fatto un milione di cose per la prima volta, amo vedere il mondo dagli occhi del piccolo Emanuele. La situazione è particolare, ripeto. Ma questo mi ha permesso di capire si, che ciò che mi circonda è una fucina di delusione, di asprezza, di malignità. Ma ho ancora qualche piccola dose di fanciullezza, e l’innocenza che non ho potuto esprimere a tempo debito non la voglio certo mettere in un cassetto. Trovo che l’amare il colore di un fiore, la freschezza della natura, che dipingere con dei pastelli a olio su un foglio di carta e accarezzare la corteccia di un albero siano cose straordinarie, che mi danno delle emozioni incredibili. L’esperienza non è data da quello che vivi, ma da come lo vivi.

Animi sensibili come il mio capiranno appieno queste parole. Perchè in fondo diventare adulti è una cosa che tocca a tutti, prima o poi. Ma nessuno ha certo deciso di propria iniziativa di diventare grande. E’ il mondo che ci circonda che ci obbliga ad assumerci le nostre responsabilità. Pensare fa male, e allora ogni tanto mi abbandono all’osservazione di un cielo stellato, godo del perdermi in macchina con la mia fidanzata, assaggio della neve. Gusto un sorso di birra come fosse la prima volta, e scrivo pensieri senza il filtro della ragione. Mi commuovo a stringere la mano di un neonato e mi inebrio dei colori di un tramonto. Forse dall’esterno il mio risulta essere un atteggiamento immaturo, irresponsabile, infantile. Ma chi tra voi ha già lasciato il passo al mondo della regola, della noia, dell’osservazione razionale della realtà, dovrebbe ricredersi. Noi, sognatori e incredibili immaturi, abbiamo la luce negli occhi, capiamo il valore del sorriso, il sapore acerbo di un’albicocca, il valore reale di una carezza. Perchè il bambino che in noi è radicato, non morirà mai, ed è questo quello che ci rende speciali.

Un uomo è il risultato della propria esperienza, del proprio modo di vedere il mondo, della propria innocenza. Ma ogni giorno mi confronto con persone che non riescono nemmeno lontanamente a comprendere il mio personale punto di vista sulla sensibilità umana. Uomini e donne, o presunti tali, che si soffermano su dettagli superficiali della vita, che hanno perso il piacere di perdersi per poi ritrovarsi. Parlo di tutti coloro che si sono rassegnati a vivere da grandi dimenticando di essere stati piccoli, di coloro che hanno lasciato in disparte la fantasia per vivere ragionevolmente. Non credo che la sensibilità nell’essere adulto sia una prerogativa sociale, psicologica o data dall’ambiente nel quale si è cresciuti. Penso che sia innanzitutto un’attitudine insita nell’essere umano. Chiunque, nel profondo della propria coscienza, è capace di vedere ciò che ci circonda con gli occhi di un bambino. Chiunque è in grado di perdersi, perchè la fantasia è una dote innata dell’essere umano, innascitura e imperitura. Si tratta di mettere da parte l’orgoglio e di farla tornare a galla. Dimenticare ciò che ci ha reso cotanto duri e insensibili per ritrovare la fragilità di chi per la prima volta vede la neve scendere dal cielo. Non credo che l’innocenza e la vita reale dei grandi non possano coesistere.

E’ condizione necessaria del vivere sensibile la coesistenza della ragione e della fantasia, il cui risultato è sempre imprevedibile, sorprendente e straordinario.

Emanuele Barboni – 2008 – Tutti i diritti riservati

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